Arcidiocesi
di PALERMO

Servo di Dio Don Alvaro Del Portillo

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Cattedrale di Palermo
15-03-2004

1. Il cammino della Quaresima è un cammino di conversione in preparazione alla Pasqua nel ricordo del Battesimo.
E del Battesimo la Liturgia della Parola ci ha invitati a riscoprire la grazia che nel segno dell’acqua, segno di purificazione e di vita, ci ha liberati dalla lebbra del peccato originale e ci ha donato la bellezza della vita stessa di Dio.
Questo è il significato battesimale che i padri della Chiesa e i libri liturgici hanno dato alla guarigione di Naaman, il Siro, dalla lebbra attraverso l’acqua del Giordano secondo l’indicazione del profeta Eliseo.
Non fu facile all’inizio per Naaman accogliere questa indicazione che gli sembrava addirittura offensiva del suo popolo, ritenendo le acque dei fiumi di Damasco migliori di tutte le acque d’Israele.
Ma l’iniziale incertezza fu superata dal saggio ragionamento dei suoi servi che nella loro semplicità gli fecero notare come avrebbe certamente eseguito qualsiasi altra condizione più gravosa, pur di ottenere la guarigione. Chiedevano a lui un atto di fede alla parola del profeta.
Può sembrare un particolare secondario, questo; ma non lo è. Mette infatti in evidenza la condizione fondamentale per accogliere ogni dono di Dio, la fede in lui e nei suoi profeti che parlano in sua vece. Lo ha fatto intendere anche Gesù nel Vangelo, nel duro rimprovero rivolto ai suoi concittadini che lo rifiutano, sino a cacciarlo dalla sinagoga e tentare di ucciderlo.

2. Accogliere nella fede i doni di Dio vale anche e soprattutto per i sacramenti che sono i segni della fede, la presuppongono, la celebrano, la sostengono, a cominciare dal Battesimo.
Per i Battezzandi adulti, che la notte di Pasqua riceveranno i tre sacramenti della iniziazione cristiana, il catecumenato è il cammino che l’aiuta a conoscere il dono di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa e li prepara ad accoglierlo liberamente nell’obbedienza della fede.
Per il Battesimo dei bambini, segno dell’amore preveniente di Dio espresso attraverso la volontà dei genitori, che per questo non possono rifiutarlo, esso viene celebrato nella fede dei genitori medesimi, dei padrini e delle madrine e di tutta la comunità.
In ogni caso, è alla fede che deve ispirarsi coerentemente la vita del cristiano perché sia conforme a Cristo: il giusto vive di fede.
Al contrario, la fragilità nella fede porta inesorabilmente al distacco da Dio,, a quell’apostasia silenziosa che il Papa nell’Esortazione Ecclesia in Europa con amarezza ha indicato come un fenomeno nuovo, indotto dal secolarismo che mette tra parentesi Dio e dall’indifferenza religiosa che induce tanti battezzati a vivere come se Dio non esistesse.

3. La fede non è solo accettazione delle verità rivelate da Dio, ma, su questa base fondamentale e a partire da esse, è tensione continua verso Dio, con l’atteggiamento del Salmista che paragona il bisogno istintivo e insopprimibile di Dio da parte dell’uomo alla sete della cerva che anela ai corsi d’acqua. Cercare Dio: qui sta la vita del credente.
‘Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio’.
Mi pare sintetizzata in questa immagine tutta la spiritualità dell’Opus Dei, che San Josémarìa ha delineato con forte convinzione nei suoi scritti, come ho letto in Cammino, in Solco, in Forgia con le bellissime introduzioni di don Alvaro.

4. E giacché questa sera facciamo la sua memoria, mi pare significativo ricordare anche qualche suo insegnamento a commento del salmo responsoriale.
In una lettera ai fedeli della Prelatura (24.9.1978) scrive: ‘Innamoriamoci di Dio come ne era innamorato il nostro fondatore, e allora sapremo impregnare tutte le nostre conversazioni di senso apostolico, con la stessa spontaneità e semplicità con cui parlava Mons. Escrivà. Ciascuno di voi lo farà secondo le circostanze del suo stato, della sua condizione, della sua età, ma tutti con ‘anima sacerdotale’, tutti con parole di fuoco soprannaturali e chiare, senza alcuna vergogna di confessare che Dio è il nostro amore e il nostro tutto’.
‘Vi raccomando di essere coraggiosi e generosi, di dire di si al Signore’, disse in un incontro di studenti nel 1991.
‘Cercare il dialogo con Dio è facile’ ‘ precisò in un incontro con le famiglie nel 1988. ‘Fare le cose per Dio. In questo modo il lavoro si trasforma nel sacrificio di Abele, che il Signore gradisce molto, e tutta la nostra vita si trasforma in preghiera. Non ci sarà quella specie di follia, di persone schizofreniche, di dedicare a Dio mezz’ora settimanale ‘ la Messa della domenica, quando si va a Messa ‘ e di riservare il resto del tempo a noi stessi’.
A proposito della Messa, anche in riferimento all’Anno Eucaristico in corso nella nostra Chiesa palermitana, mi piace riportare questo brano della sua Lettera ai fedeli del 1.4.1986. ‘Non dimenticare che se tutta la nostra esistenza deve essere corredentrice, è nella Messa che la tua vita acquista questa dimensione di corredenzione. È lì che essa prende forza e si manifesta particolarmente. Per questo la Messa è la radice della vita interiore. Dobbiamo tenerci ben uniti a questa radice e questo dipende anche dalla nostra risposta. Parafrasando il nostro fondatore, mi sento di precisarti che la nostra dedizione vale ciò che vale la nostra Messa: la nostra vita è efficace, dal punto di vista soprannaturale, nella misura della devozione, della fede con cui celebriamo il santo sacrificio dell’Altare o vi prediamo parte identificandoci con Gesù e col suo zelo redentore’.
Parole sante: mettiamole in pratica. È questa la migliore commemorazione del Servo di Dio. E’ questa la traduzione più efficace del ritornello ripetuto nel Salmo responsoriale: ‘Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza’. Come hanno fatto in tutta la loro vita San Josemaria e il suo fedele amico e successore.