Arcidiocesi
di PALERMO

Santa Messa di Natale

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Cattedrale di Palermo
25-12-2005
1. Gioiscano i cieli ed esulti la terra. Gioisca Palermo ed esultino i Palermitani.
    Anche se non mancano motivi di tristezza e di sofferenza, con le stesse parole di S. Leone Magno, dico a voi: ‘Non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne’.
    È risuonato ancora una volta, infatti, questa notte nella nostra Cattedrale il lieto annunzio dell’Angelo: ‘Non temete oggi è nato per noi il Salvatore’, e ci è stato rivolto l’augurio più vero e autentico del Natale: ‘Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama’.
    Il segno è quello di sempre: ‘Un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia’. Non è un mito, non è una favola, ma un evento storico, un accadimento unico, il più grande della storia, che non deve finire di stupirci: Dio si è fatto uomo come noi per farci come lui, per salvarci e divinizzarci.
    Con la semplicità e lo stupore dei pastori avviciniamoci e prostriamoci davanti a quel Bambino e guidati dall’apostolo Giovanni riconosciamo, contempliamo e adoriamo in lui il Figlio di Dio, il Verbo, la Parola definitiva di Dio, il Creatore del mondo, la manifestazione della presenza e dell’amore del Padre, l’Emmanuele, Dio con noi. È lui la luce vera che illumina ogni uomo: anche se oggi alcune culture egemoni tentano di soffocarla e di emarginarla. Ma noi lasciamoci inondare dalla sua luce per esserne il riverbero credibile e avvincente, come lo furono i pastori.

2. Il Natale ci dice che l’uomo avrà sempre bisogno di lui. E’ necessario riportare al mondo la sua luce. Celebrare il Natale è accoglierlo nella propria esistenza. E’ farlo rinascere in noi.
    Diamogli ascolto. Solo lui ha parole di vita eterna. Solo lui rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione. Solo lui sgancia l’uomo dal fluire del tempo. Solo lui gli dà significato e una meta, gli restituisce la libertà, contro ogni ossessione nichilista e fatalista.
    Manifestazione della bontà di Dio e del suo amore per gli uomini, egli è l’unico salvatore del mondo, l’unico redentore dell’uomo. Non abbiamo paura di lui. Ma apriamogli le porte del cuore e della vita. Invano cercheremo in altri la salvezza. Lui, il Figlio di Dio, ‘s’è fatto uomo perché l’uomo divenisse dio’ (S. Agostino). E questa è insuperabile grandezza che dà senso a tutta la vita umana, la quale non è destinata al nulla ma all’eternità.
    Assumendo la nostra natura umana, egli si è unito in certo qual modo con ogni uomo. Riconosciamolo, perciò, amiamolo e aiutamolo in ogni uomo, senza distinzioni. Non dando soltanto qualcosa, e sarebbe già abbastanza in un tempo di sperperi e di regali. Ma donando noi stessi. Come egli ha dato se stesso per noi.
Riconosciamolo e accogliamolo soprattutto in coloro con i quali egli ha dichiarato di volersi identificare quando ha detto parlando del giudizio finale: ‘Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi’ (Mt 25, 35-36).

3. ‘Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare’. Il pensiero va a quanti vivono nella povertà estrema e sono due terzi dell’umanità. Ma non mancano neppure tra noi, soprattutto a causa della crescente disoccupazione. Lo noto dal crescente numero di commensali alla Mensa quotidiana della nostra Diocesi, sita nella Chiesa di S. Carlo a Piazza Rivoluzione: con essi fra poco consumerò il pranzo si Natale.
    Sappiamo rinunciare in questi giorni almeno a quanto è superfluo nel mangiare, nel bere, nel vestire, nel divertimento (ma il cristiano deve essere disposto a rinunciare anche al necessario) e devolviamone i risparmi a vantaggio di chi ha bisogno di cibo e di vestito. L’augurio è che essi trovino sempre e in tutti comprensione, condivisione, solidarietà.

4. ‘Ero ammalato e mi avete visitato’. E il pensiero augurale e orante va a quanti soffrono nel corpo e nello spirito, soprattutto a coloro che sono costretti a celebrare il S. Natale negli ospedali o in un letto di dolore, agli anziani soli, ai tossicodipendenti, ai malati di Aids e a quelli terminali. Ne ho incontrati e ne incontrerò tanti durante la Visita Pastorale negli ospedali e nelle case. Non manchi loro la cura affettuosa non solo dei parenti e degli amici e degli operatori sanitari, ma di tutta la comunità cristiana. L’augurio è che essi ricuperino al più presto la salute e che le istituzioni si adoperino perché le strutture ospedaliere anche nella nostra Città siano sempre più adeguate ai bisogni e alla dignità dei malati.

5. ‘Ero forestiero e mi avete ospitato’. Sono tanti gli immigrati che convivono con noi. Sia sempre larga nei loro confronti l’ospitalità che caratterizza la nostra gente, memori che nella concezione cristiana non vi sono ospiti e stranieri, perché tutti siamo familiari di Dio e perciò fratelli e sorelle fra di noi, qualunque sia la provenienza, la lingua, la cultura, la religione e il colore della pelle. La loro presenza, più che un pericolo o una minaccia, sia considerata come una risorsa.

6. ‘Ero carcerato e siete venuti a trovarmi’. Sono stato l’altro giorno al Pagliarelli a trovare quanti sono in carcere per portare loro il saluto della comunità diocesana che non può non sentirsi spiritualmente vicina a loro con la preghiera: perché, se sono innocenti, sia riconosciuta al più presto la loro innocenza, se non lo sono, accettino la pena senza perdere la speranza, certi che la conversione del cuore nel ritorno alla legalità è fonte di liberazione interiore pur vivendo nelle strutture carcerarie, le quali, come afferma la stessa Costituzione, ‘devono tendere alla rieducazione del condannato’ (art. 123). I legislatori non dimentichino l’appello di Giovanni Paolo II a un atto di clemenza.

7. Riconosciamo Gesù soprattutto nei più piccoli.
‘Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me (Mt 25,40)’: ha detto un giorno Gesù e oggi lo ripete a noi.
    Il Natale, festa di un Bimbo, è la festa di tutti i bambini, di tutti i fratelli più piccoli, di tutti i minori, verso i quali deve crescere l’attenzione e il rispetto di noi adulti, per arginare ogni tipo di violenza psicologica, sociale, fisica, sessuale, che richiama la crudeltà di Erode.
    In particolare la pedofilia e lo sfruttamento del lavoro minorile sono piaghe che, anche da noi, vanno sanate con una rinnovata coscienza morale e civile. L’augurio è che noi adulti siamo per i minori educatori credibili e coerenti e che essi, i più piccoli, crescano, come il piccolo Gesù, non solo in età ma anche in sapienza e in grazia davanti a Dio e davanti agli uomini.
    Non mancano, purtroppo, anche nel nostro territorio episodi preoccupanti di devianze minorili, dal vandalismo nelle scuole alle spedizioni del branco, ad azioni di feroce criminalità, mentre si abbassa la soglia di età nell’uso dell’alcool e della droga.
    Questo stimola maggiormente la responsabilità delle famiglie, il cui disagio si ripercuote sui figli, che ne sono le prime vittime. Salviamo l’identità, la concordia, l’unità, la fedeltà e il compito educativo della famiglia, insieme a quello della Chiesa e della scuola, se vogliamo salvare i figli, la loro serenità, il loro futuro.
    È questa la grazia che invoco con particolare insistenza dalla famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria, che contempliamo nella grotta di Betlem, mentre a tutte le famiglie della nostra Arcidiocesi rivolgo, con la Benedizione del Signore, l’augurio più affettuoso e sincero perché in tutte regni la concordia, l’unione, l’amore e la pace. Buon Natale.