Arcidiocesi
di PALERMO

Pellegrinaggio Diocesano in Turchia – ‘Sulle orme di San Paolo’

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01-05-2009

In occasione della chiusura dell’Anno Paolino pubblichiamo di seguito alcuni estratti dall’omelia tenuta da S.E. l’Arcivescovo nella Celebrazione Eucaristica conclusiva del pellegrinaggio tenutosi dal 25 aprile al 2 maggio 2009

    A Tarso, Paolo vive la sua vita di giudeo fervente, convinto delle sue idee, legato al giudaismo attraverso una scelta molto radicale. Egli stesso contrasta il cristianesimo. Eppure rimaniamo stupiti per il disegno che Dio manifesta: un persecutore viene chiamato ad essere apostolo, apostolo delle genti, apostolo dei gentili! E tutto avviene in questi luoghi che abbiamo visto durante il viaggio.
    Guardando il paesaggio fatto di montagne e di valli, possiamo pensare che percorrere queste strade e accumulare stanchezza poteva far crescere la rabbia. Forse lo stesso impegno di Paolo a lottare il cristianesimo aumentava nella misura in cui accusava la fatica. Ma proprio qui avviene l’incontro, l’incontro di una persona con una Persona, di Paolo con Cristo.
    La fede di Paolo non è frutto della ragione. È così come per Pietro, che professa l’identità del Figlio di Dio: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente (cf. Mt 16,6). E nel caso di Pietro è lo stesso Gesù che conferma l’illuminazione divina: Né la carne, né il sangue te lo hanno rivelato, ma il padre mio (cf. Mt 16,17).
    Paolo fa la stessa esperienza, ma in modo più drammatico. Egli sa bene da buon giudeo, che Gesù di Nazareth è morto, ed è convinto che i suoi seguaci forse ne hanno trafugato il corpo di notte e lo hanno nascosto. Crede dunque che la risurrezione sia un racconto inventato. Paolo è fermo sulle sue posizioni, ma nella sua stessa terra d’origine la Chiesa comincia a crescere e la presenza dei cristiani si renda evidente. A lui, persecutore di questa Chiesa, sulla via di Damasco, Gesù domanda: Perché mi perseguiti? (cf. At 9,4). Paolo non ha alcuna intenzione né consapevolezza di perseguitare il Cristo che crede sì morto ma non risuscitato. Gesù gli fa capire però che in realtà lo sta perseguitando perché perseguita il Corpo mistico di Cristo, la sua Chiesa.
    Così Paolo, che non ha visto i miracoli del Signore che hanno potuto vedere gli altri apostoli, scorge solo la propria miseria. Si confronta con il proprio rancore. Vive le proprie chiusure. Da qui inizia un cammino di conversione. È una svolta profonda che Paolo deve coltivare tutti i giorni, che tutti i giorni deve far crescere, in un filo ‘ certamente tenue nelle sue apparenze ‘ ma forte nella sua sostanza.

    Paolo è un uomo di cultura, stimato, tanto da poter avere la fiducia del Sinedrio per andare a Damasco a perseguitare i cristiani. Dopo aver incontrato il Signore, ha la possibilità di mettere a frutto questo dono di Dio. E la sua cultura diventa una potenzialità di apostolato. Tanto che potrà dire: Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge. Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro. (1 Cor 9, 19-22).
    Paolo ha saputo parlare a tutti, al cuore di tutti, con il linguaggio dell’amore ma nelle forme che erano comprensibili ad ognuno e che consentivano in un modo più forte di ricevere il messaggio.
    Egli desiderava che, come per lui, la scoperta di Cristo non fosse lo sbocco di un ragionamento formale, piuttosto derivasse dall’aprirsi degli occhi, dalla caduta delle squame, dalla vittoria sul buio interiore, proprio come operato da Dio in lui attraverso Anania.
    Da qui il suo farsi tutto a tutti, il parlare il linguaggio di tutti, l’utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione. Paolo, abituato a parlare, da buon giudeo, soltanto nelle sinagoghe, da convertito dialoga con comunità fra loro diverse.
    Lo vediamo arrivare ad Atene e parlare all’Areopàgo, per annunciare un Vangelo che prende le vie del mondo. L’apostolo delle genti sa parlare al cuore di tutte le culture.
    Per noi è un esempio. In un certo senso, ciascuno di noi è determinato entro una cultura. Ciascuno di noi, con il proprio carattere, con i doni che Dio ci ha dato, con i posti che ci è dato di occupare, con le circostanze della vita, ciascuno di noi è una cultura e, in essa, bisogna che Cristo giunga al cuore di ciascuno.
    Paolo, in questa sua apertura di mente, in questo suo desiderio di annunciare Cristo, ci offre dei grandi insegnamenti. È attento a rispettare i doni che Dio ha dato a ciascuno e a svilupparli, in quanto, se orientati, se tenuti insieme da una sola fede, da un solo battesimo, non minano l’unità, anzi garantiscono la forza della comunione.

    Fratelli e sorelle, la fede di Paolo lo porta a scoprire i disegni di Dio, lo porta al grande rispetto della dignità della persona umana, nella ricchezza dei doni e dei carismi, quelli che il Vangelo chiama talenti e che il Signore dà a ciascuno di noi.
    Ogni cristiano non può non metterli a frutto, pena di essere misconosciuto, perché questi talenti che Dio ci ha dato, questi doni, non sono dati per farsi più belli, più grandi, più capaci degli altri, piuttosto sono donati perché siano messi a servizio della Vigna del Signore, a servizio della Messe che appartiene a Dio.

    Abbiamo visto che Paolo, dopo l’incontro con il Signore, su questa strada dove nutriva sentimenti di vendetta e di odio, torna qui a Tarso. Dal racconto di Atti degli Apostoli, come pure dalle sue lettere nulla ci viene detto del silenzio e del nascondimento che scopro qui hanno accresciuto la sua fede o che sono serviti da ambiente perché la sua fede crescesse.
    La nostra fede deve crescere in questo nascondimento, in questo silenzio, in questo ascolto per lasciarci interpellare da Dio e dai segni dei tempi. Tutto ciò è necessario per amare di più il Signore e per sentirci strumenti nelle sue mani.

    Paolo non intende fondare nessuna chiesa, nessuna scuola. Ecco perché viene chiamato l’Apostolo delle genti: ha cercato la comunione, ha rispettato tutti, perché rispettando e ricercando il disegno di Dio ha saputo scoprire i doni che Dio metteva nel mondo, il disegno di salvezza su ciascuno e sulla creazione stessa.
    Quanto diversa sarebbe la nostra vita se non la guardassimo più con i nostri occhi, ma con gli occhi di Dio! Quanto diverse sarebbero le nostre comunità, se non le guardassimo con i nostri occhi, se non le modellassimo a nostra immagine e somiglianza, ai nostri sogni, alle nostre visioni pastorali, ma lasciassimo a Dio di indicarci lui il cammino per plasmarle secondo la sua volontà comunità di fede, comunità di condivisione, comunità che parlano per la loro stessa testimonianza di vita e il loro stesso agire, prima ancora di parlare con la proclamazione della loro bocca.

    Nei giorni scorsi abbiamo visto con i nostri occhi qualcosa che molta gente non è più abituata a vedere e non pensa neppure di vedere. Abbiamo ammirato come dal bozzolo di un bacco da seta, una volta trovato il capo, si tiri fuori il filo. Il bozzolo gradualmente si esaurisce.
    Questo filo di seta è un filo forte, con molte caratteristiche. Solo sviluppandolo, da filo tenue diventa un filo forte. È un po’ come la vita del cristiano che, nell’incontro con il Signore, deve trovare il filo. Questo filo ‘sveste’ il bozzolo. Lo abbiamo visto: quando ormai viene tirato fuori tutto il filo, il bozzolo serve soltanto ad essere buttato via, non serve neppure per custodire la crisalide. È la nostra vita di fede: ciascuno di noi incontra il Signore, ha dei momenti di grazia, ha dei momenti di luce, ha dei momenti esaltanti, ma guai se questo filo si spezza. Come un fiore cerca la luce, come un uccello dell’aria cerca l’aria e cerca il cielo in cui volare, ciascuno di noi deve cercare Dio. E lui si lascerà trovare perché ci è Padre.
    Così questo pellegrinaggio è stato un momento di profonda riflessione, e anche se ha conosciuto dei momenti distensivi che hanno creato delle pause nel nostro spirito di raccoglimento, il Signore ha condotto il filo delle nostre riflessioni. Ora dobbiamo essere come quel bozzolo del baco da seta e non fermarci mai, e non rompere mai quel filo che il Signore vuole tessere nella storia della salvezza alla quale ci ha chiamato.