Arcidiocesi
di PALERMO

Omelia per l’apertura della Porta Santa

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Cattedrale
13-12-2015
Omelia per l’apertura della Porta santa

Palermo, Cattedrale 13.12.2015
 
 

            Care Sorelle, Cari Fratelli,

            abbiamo appena vissuto la grazia e la gioia di aprire la Porta santa in questo anno giubilare della Misericordia. Un gesto feriale, semplice ma carico di un forte significato simbolico, aprire la porta, soprattutto se compreso alla luce della parola di Dio contenuta nelle pagine della sacra Scrittura che abbiamo ascoltato.

            Si apre un tempo di letizia, di gioia. Il profeta Sofonia e l’Apostolo Paolo all’unisono, l’Antico e il Nuovo Testamento, annunziano: «Rallegratevi». «Siate sempre lieti». «Il Signore ha revocato la tua condanna. Ha disperso il tuo nemico. Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente». «Il Signore è vicino».

            Non è un mero rito, retaggio di un passato di cristianità, quello che abbiamo appena compiuto. Abbiamo aperto simbolicamente una porta perché abbiamo creduto ancora alla Parola del Signore e abbiamo ascoltato la sua voce: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3, 20). La porta si è aperta e il diacono ha consegnato il libro dei vangeli al Vescovo, e nell’umile persona del Vescovo è la Chiesa palermitana che ha accolto il Vangelo. Tesoro prezioso che è la carne umile e gloriosa del Nazareno Crocifisso e risorto, «il Testimone fedele e verace» (Ap 3, 14) di Dio, «il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà» (Es 34, 6).

            Papa Francesco ci ricorda continuamente che «Misericordia è la sintesi del Vangelo». Solo persone che nella carne del Verbo di Dio venuto sulla terra hanno fatto esperienza della vicinanza di Dio, della concreta misericordia del Signore, di «colui che revoca la condanna», potranno diventare a loro volta strumenti della Grazia di Dio che vuole raggiungere ogni uomo e ogni donna. Per questo nella prima lettera Giovanni scrive: « Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo.  Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta» (1Gv 1, 1-4).

            Oggi, carissimi fratelli e amici, deve essere più che mai chiaro che la misericordia di Dio e la sua grazia si incontrano attraverso volti di donne e di uomini riconciliati e pacificati dall’incontro con Dio, di quel Dio che ci ha fatto conoscere Gesù, quel Dio che ama mentre siamo ancora peccatori. Così dice l’Apostolo Paolo: (Rm 5, 8: «Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi»); attraverso volti che esprimono tenerezza, accoglienza, gratuità, volti che esprimono perdono, volti capaci di perdonare. Donne e uomini, ragazzi e giovani, adulti e anziani capaci di gesti che anticipano l’altro ancor prima che abbia consapevolezza dell’errore o che sia disposto a chiedere perdono. Caparbi e audaci nel vincere «il male con il bene» (Rm 12, 21).

            Nel Vangelo, carissimi non lo dimentichiamo, Gesù si “contamina”, lui puro, innocente e giusto diventa «un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori» (Lc 7, 34). L’evangelista Luca ci ricorda che siede a mensa con loro, e sono loro che lo ascoltano: «Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”» (Lc 15, 1-2); si fa toccare e baciare i piedi, da una donna traviata che glieli lava con le sue lacrime, li asciuga con i suoi capelli e li unge con un balsamo odoroso. Qui avete davanti a voi il ricordo che mi ricordo dalla mia parrocchia (una icona della Maddalena). «Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato» (Lc 7, 37-38).

            Gesù accoglie il “sangue impuro” di uomini e di donne che si sono macchiati di colpe e di delitti, di uomini e di donne in preda a «spiriti maligni»: l’eretica e immorale Samaritana (Gv 4, 9: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?»); Zaccheo capo dei pubblicani e ladro (Lc 19, 1-10); Maddalena dalla quale erano usciti sette spiriti impuri (Lc 8, 2); Giuda il traditore e Simone il rinnegatore, che addirittura diventerà roccia, Pietra! Gesù morirà persino come compagno di due ladroni (Mc 15, 27); cambia la vita di uno di essi, e accetta nella mitezza la denigrazione dell’altro (Lc 23, 39-43). Sono questi quelli che diventeranno suoi discepoli ed apostoli. Conformati a lui. Portatori della “forma di Cristo”. È di Tertulliano all’origine la formula: “Christianus alter Christus”: il cristiano è un altro Cristo. Come lui. Dunque testimoni di un amore e di una misericordia che si sporca le mani, che si contamina, e proprio per questo di una misericordia audace, creativa che contagia bene, giustizia, perdono, pace, ma soprattutto che testimonia l’amore viscerale di Dio per gli uomini peccatori – addirittura va a cercare la pecora perduta!! (Lc 15, 4) – e lo rende desiderabile, vicino, prossimo per altri, ad altri. Emmanuele, Dio con noi. Salvatore. Liberatore.

            La memoria del Concilio in questo momento è d’obbligo. Necessaria. Urgente. È questa la Chiesa che il Vaticano II – come evento di grazia del nostro travagliato ma promettente tempo – ha disegnato. È questa la Chiesa che papa Francesco vuole animare, sostenere, accompagnare. Una Chiesa che apre la porta anzitutto a Cristo e al suo Vangelo e per questo una Chiesa che apre porte di misericordia e di una carità operosa, capace di far fermentare la città degli uomini in dimensione messianica, di aprire con umiltà cammini di liberazione, di giustizia e di pace. Una Chiesa che annuncia la bella notizia che Dio ama nel suo Figlio morto e risorto ogni donna e ogni uomo, Colui che rimane con noi per sempre, il Veniente; una Chiesa che annunzia con parole e gesti concreti che Dio ci vuole liberi dal male, dall’ingiustizia, dalla sofferenza, dalla violenza, perfino dalla morte stessa.

            Una Chiesa che sta nel mondo non imponendo con il bastone una verità dottrinale divenuta legge ma – come auspicava il papa S. Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II,Gaudet Mater Ecclesia – una Chiesa «Sposa di Cristo» che «preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore». Il Papa buono sosteneva ancora: «La Chiesa vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati. All’umanità travagliata da tante difficoltà essa dice, come già Pietro a quel povero che gli aveva chiesto l’elemosina: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!”. In altri termini, continua S. Giovanni XXIII, la Chiesa offre agli uomini dei nostri tempi non ricchezze caduche, né promette una felicità soltanto terrena; ma dispensa i beni della grazia soprannaturale, i quali, elevando gli uomini alla dignità di figli di Dio, sono di così valida difesa ed aiuto a rendere più umana la loro vita; apre le sorgenti della sua fecondissima dottrina, con la quale gli uomini, illuminati dalla luce di Cristo, riescono a comprendere a fondo che cosa essi realmente sono, di quale dignità sono insigniti, a quale meta devono tendere; infine, per mezzo dei suoi figli manifesta ovunque la grandezza della carità cristiana, di cui null’altro è più valido per estirpare i semi delle discordie, nulla più efficace per favorire la concordia, la giusta pace e l’unione fraterna di tutti». Come vi rendete conto, ritornano attuali queste parole di papa Roncalli che oggi risuonano chiaramente nel magistero di papa Bergoglio, venuto dalla fine del mondo, promotore di questo anno giubilare della misericordia.

            È questa tutta la ricchezza della Chiesa; è questa la “parola bella”, l’Evangelo, che è chiamata a condividere con tutti gli uomini. Essa è discepola di Colui che è la “Via” (Gv 14, 6), la strada; essa deve ripercorrere alacremente le orme di Colui che è “Porta” spalancata di salvezza (Gv 10, 9: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo»), perché tutti, tutti vi possano entrare quali fratelli e sorelle amati dell’unica famiglia umana chiamata a conseguire questo fine dell’intera storia.    

            Il Concilio nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo afferma che a conseguire il “paradiso” è una comunità, cioè l’intera famiglia umana: «Il Signore è il fine della storia umana (Dominus finis est humanae historiae), “il punto focale dei desideri della storia e della civiltà”, il centro del genere umano, la gioia d’ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni» (GS 45). Dunque c’è una salvezza che è destinata a tutta la famiglia umana e all’intera sua storia.

            E la Chiesa si pensa così come una porta aperta. Per questo apre una porta giubilare. Una porta di giubilo, di pregustazione di un incontro ultimo definitivo nel segno della pace e della giustizia, della condivisione, dell’inclusione. La Chiesa conciliare è la Chiesa giubilare, la Chiesa contemplativa del Suo Signore, non certamente una Chiesa pelagiana. Una Chiesa avvolta dalla grazia, una Chiesa che riflette il volto misericordioso del suo Signore, il Bel pastore che accompagna e dà la vita anche alle pecorelle che non sono del suo gregge: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. […] E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10, 9-10. 16). Nella Chiesa – affermava Paolo VI l’8 dicembre 1965 – 50 anni fa – nell’Omelia della Solennità dell’Immacolata concezione della Beata Vergine Maria a conclusione del Concilio – «nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano. Ognuno […] è un chiamato, un invitato; è, in certo senso, un presente»

            La misericordia, cioè il cuore capace di compassione, di viscere di misericordia trasforma tutti, chi lo riceve e chi lo dona. Il Dio tre volte santo e misericordioso «rinnova i cuori degli uomini con il suo amore», abbiamo sentito dal profeta Sofonia. Il verbo, utilizzato dai vangeli in riferimento al sentimento più frequente di Gesù quando incontra le folle o qualcuno che vive nell’indigenza suona così: “esplanchnìsthe”, “sentì compassione”. Cioè ebbe compassioneviscere di misericordia. Per la sensibilità biblica la vera compassione è una reazione viscerale, prende “dentro”, smuove in profondità. E per questo rende capaci di condivisione, di partecipazione autentica, di un coinvolgimento che spinge verso l’altro, soprattutto se solo, malato, affamato, profugo, emarginato, violentato fisicamente e psicologicamente (cf. Mt 9, 36; pensate da questo punto di vista l’icona del samaritano che incontra il malcapitato in Lc 10, 33).

            È proprio vero quanto afferma Benedetto XVI nella Deus caritas est: «L’amore può essere comandato perché prima è donato» (n.14).

            Abbiamo ascoltato nel Vangelo: «Le folle lo interrogavano: “Che cosa dobbiamo fare?”. Rispondeva: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”» (Lc 3, 10-11). Cosa dobbiamo fare? Custodire la trasformazione del cuore, della logica, dello stile di vita che genera in noi l’esperienza della misericordia di Dio. Custodire un cuore sensibile; tenere aperta la porta del nostro cuore; reagire dal profondo delle nostre viscere. Indignarci per il male, la violenza, l’illegalità. Esprimere una fede operante capace di aprire vie di solidarietà di pace e di legalità.  Questo dobbiamo fare!

            Si apre la porta di un anno che ci inonderà della tenerezza e dell’amore viscerale di Dio. Un anno paradigmatico perché tutta la nostra vita possa essere un segno della misericordia e della riconciliazione di Dio; perché tutta la nostra vita possa essere una fattiva collaborazione a quel Regno che viene e per il quale già sin da ora possiamo comunque gustare un anticipo di letizia e di gioia. Ci attendono, fratelli, cieli nuovi e terra nuova! Ne siamo certi!

            Provvidenzialmente, per motivi di sicurezza, non siamo entrati per la porta santa di questa nostra Cattedrale, ma non andate via. La attraverseremo insieme in uscita, non in entrata. Il Signore ci chiede l’audacia di uscire per essere degli autentici testimoni della sua misericordia e del suo perdono, nelle nostre famigli, nei nostri quartieri, nella nostra città. E ricordiamo, e segniamolo nella mente del nostro cuore: non ci potrà essere pace nei nostri cuori, nelle nostre città, nel mondo intero se – come diceva San Giovanni Paolo II, – non c’è giustizia e, soprattutto, perdono!! Diceva: «Il perdono si rende necessario anche a livello sociale. Le famiglie, i gruppi, gli Stati, la stessa Comunità internazionale, hanno bisogno di aprirsi al perdono per ritessere legami interrotti, per superare situazioni di sterile condanna mutua, per vincere la tentazione di escludere gli altri non concedendo loro possibilità di appello. La capacità di perdono sta alla base di ogni progetto di una società futura più giusta e solidale» (Messaggio per la celebrazione della xxxv Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2002).

            Carissimi fratelli e amici, sia un anno di rinascita per tutti nel segno della pace e del perdono!!!

            Buon cammino!