Arcidiocesi
di PALERMO

Omelia nell’LXXX anniversario della nascita dell’Opus Dei

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Cattedrale di Palermo
02-10-2008

Figlie e figli miei carissimi!

    1. Col cuore di Padre e Pastore di questa santa Chiesa di Palermo, vi accolgo stasera in questa Cattedrale, cuore della nostra Arcidiocesi, tempio fisico in cui si rende ancora più visibile l’unità del Corpo Mistico di Cristo. E ‘ con grande gioia ‘ non posso che ringraziarvi innanzitutto per la splendida testimonianza di fede espressa dalla vostra presenza così numerosa, in occasione di questa celebrazione per l’ LXXX anniversario della nascita dell’Opus Dei.
Quella di stasera è una festa di famiglia, certamente. Nello spirito di quanto non ha mai cessato di raccomandare San Josemarià. Tuttavia una famiglia ‘ per così dire ‘ allargata a tanti amici, simpatizzanti, devoti del Fondatore che, a vario titolo, condividono la gioia di questo anniversario come pure tratti di cammino di fede percorsi insieme all’Opera, o illuminati dal suo spirito e dal suo stile.
    Ho visto in particolare le tante famiglie che, pur con qualche sacrificio, hanno voluto vivere questo momento di intensa comunione insieme ai loro figli. Vi ringrazio di cuore per quanto fate nella fedeltà di ogni giorno alla vostra missione!
    E desidero anche esprimere il mio apprezzamento per i tanti giovani ‘ studenti e non ‘ qui convenuti da varie realtà in qualche maniera a contatto con l’Opus Dei.
    Sono soprattutto famiglie e giovani ad esprimere quella vitalità dell’Opera tanto raccomandata dal ‘Padre’ per donare freschezza ed entusiasmo alla Chiesa e al mondo intero.
    Un grazie particolare rivolgo ai fratelli sacerdoti, membri della Prelatura o semplicemente amici del carisma. Conosco i loro sforzi di generoso apostolato e la loro costante fedeltà alla formazione. Particolarmente a loro raccomando la custodia del popolo santo di Dio, nella preghiera e nell’azione ministeriale, per essere autentici servitori e testimoni del Vangelo.

    2. La memoria dei Santi Angeli custodi, alla quale San Josemaria era fortemente legato, ci offre la possibilità di contemplare un Dio che si prende cura del suo popolo. È il messaggio fondamentale della lettura vetero-testamentaria, tratta dal libro dell’Esodo. Al popolo d’Israele che si dirige verso la Terra Promessa il Signore assicura la guida costante di un angelo, una protezione e una custodia che rende visibile la predilezione di Dio per il ‘gregge del suo pascolo’ e che si fa sua amorosa presenza nel peregrinare nel deserto.
    Anche Gesù, nella pagina evangelica ascoltata, ribadisce che accanto ai piccoli, non soltanto ai piccoli di età, ma a quanti si fanno piccoli per il Regno e vivono la comunione di Dio nell’abbandono fiducioso, proprio accanto ad essi stanno angeli che custodiscono il cammino, come autentici segni della sua presenza.
Per questo l’antifona di ingresso dell’odierna memoria dei Santi Angeli custodi, ci ha invitati a celebrare insieme e con gioia le lodi del Signore e ad esaltare la sua infinita misericordia che si china verso gli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi e continua a rendere presente nella storia la sua alleanza, la sua salvezza, il suo amore. ‘Angeli del Signore benedite il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli!’ (Dn 3,58).

    3. Questa storia della salvezza, nella quale gli Angeli svolgono la missione celeste di custodi e protettori degli uomini, è costellata da più di duemila anni anche dai numerosissimi capitoli di una sorta di vangelo vissuto nel mondo. Sono i capitoli scritti nelle vicende straordinarie dei santi, nei quali si rende visibile l’azione di Dio che si serve della povertà dell’uomo per compiere grandi cose.
    Proprio in questo giorno ci è caro ringraziarlo, riuniti nella celebrazione dell’Eucaristia, per quanto realizzato attraverso S. Josemaria Escrivà de Balaguer, sacerdote che ha ascoltato docilmente le mozioni dello Spirito e che ha dato per questo una grande testimonianza di paternità, generando figli e figlie nell’Opus Dei.
    Mi sembra importante ricordare che il carisma dell’Opus Dei viene suscitato da Dio proprio come un traboccare di vita interiore di San Josemaria. Egli non amò mai parlare di ‘fondazione’ dell’Opera. Piuttosto descrisse quel 2 ottobre del 1928 come un momento intenso della sua vita spirituale. In quel momento così forte e di comunione con il Signore, durante il suo annuale corso di esercizi spirituali, quel ventiseienne sacerdote ‘vide’ l’Opus Dei. Sempre e solo con questo verbo ‘ ‘vidi’ ‘ raccontò quella intensa esperienza, nella quale avvertì più decisamente che Dio gli affidava una missione in mezzo agli uomini, contando unicamente sulla sua generosità e sulla sua intelligente apertura di cuore ai segni dei tempi.
    Ed ecco che il giovanissimo sacerdote si lancia nell’impresa. La santità che il Signore ha comandato a tutti non può essere il risultato di una vita mistica ed ascetica, ritirata dal mondo e rivolta a pochi privilegiati. Raccomandando la santità, l’Amore infinito di Dio non può escludere proprio nessuno. Perciò San Josemaria coglie con folgorante lucidità che ciascuno è chiamato a diventare santo nello stato di vita e nella condizione sociale e lavorativa in cui si trova, occasioni di incontro con Dio e di servizio ai fratelli.
    L’idea del Santo, più volte ribadita in tanti contesti, è che l’elemento specifico dell’Opus Dei ‘non è lo stato di perfezione, ma far sì che ciascuno cerchi la perfezione nel proprio stato’.
    Scrive: «Vuoi davvero essere santo? ‘Compi il piccolo dovere d’ogni momento: fa’ quello che devi e sta’ in quello che fai» (Cammino, 815).
    E ancora, in una celebre omelia: «Vi assicuro, figli miei, che quando un cristiano compie con amore le attività quotidiane meno trascendenti, in esse trabocca la trascendenza di Dio. Per questo vi ho ripetuto, con ostinata insistenza, che la vocazione cristiana consiste nel trasformare in endecasillabi la prosa quotidiana. Il cielo e la terra, figli miei, sembra che si uniscano laggiù, sulla linea dell’orizzonte. E invece no, è nei vostri cuori che si fondono davvero, quando vivete santamente la vita ordinaria…» (Amare il mondo appassionatamente, n. 116).
    L’ispirazione donata a San Josemaria, sulla scia di tante intuizioni del tempo nel campo della liturgia, della Sacra Scrittura, dell’ecclesiologia, attesta un clima spirituale che si manifesterà pienamente nel Magistero del Concilio Vaticano II, che affermerà senza riserve la chiamata universale alla santità.
    In modo indiretto ma efficace, attraverso i suoi collaboratori più stretti, e soprattutto attraverso l’esempio dell’Opus Dei già a quel tempo viva ed esistente, Mons. Escrivà incise sui lavori del Concilio, primavera dello Spirito per la quale sempre ringraziò il Signore.

    4. L’Opus Dei è costituita dai suoi figli, nei quali il carisma si rende visibile. Circa 85.000 membri in 61 paesi del mondo. Non si possono ignorare questi frutti! Uomini e donne con un intenso sentimento di fedeltà alla propria vocazione cristiana, con un gioioso amore al Signore, con un indiscusso legame alla Chiesa.
    L’Opera è di Dio. Ma quanti ne sono in qualche modo coinvolti ne rendono visibili i tratti. L’Opus Dei si esprime attraverso i suoi figli. Ad essi bisogna guardare, al di là delle precomprensioni e dei pregiudizi, spesso fondati su giornalismi temerari e superficiali, e nella consapevolezza dei limiti degli uomini riscontrabili in qualsiasi istituzione chiamata a custodire e a trasmettere un carisma.

    5. Innanzitutto e alla base di tutto sta la condizione di figli di Dio. Un atteggiamento certamente non esclusivo, ma che San Josemaria ha cercato di far scoprire e riscoprire sempre a quanti ha incontrato sul suo cammino. Dio è Padre. E questa novità è disarmante perché è disarmante l’amore con cui ci ama. Da qui l’atteggiamento di stupore e di riconoscenza che ogni figlio nutre per il dono della vita soprannaturale riversata nel cuore con la grazia battesimale.
    Ai figli Dio raccomanda di essere bambini, piccoli dinanzi a lui e al suo mistero, accoglienti di quanto è nella sua volontà. Sono le condizioni per l’ingresso nel Regno di Dio, così come le abbiamo ascoltate dalla pagina evangelica di questa sera. Sono le condizioni di una piccolezza disarmante, tanto per il Padre Onnipotente, quanto per i fratelli che si incontrano.
    Scrive San Josemaria: «Cammino d’infanzia. ‘Abbandono. ‘Fanciullezza spirituale. ‘Tutto questo non è infantilismo, bensì forte e solida vita cristiana» (Cammino, 853).
    Carissimi fratelli e sorelle! Quanto è vero tutto questo! Non dimentichiamo mai che la fiducia del cristiano è intimamente connessa con la semplicità evangelica del bambino che si rivolge al padre, con confidenza e dedizione, nei momenti di gioia e di entusiasmo come pure nei momenti di buio e di lotta interiore. Per questo ogni figlio che, nella fiducia e nell’abbandono pone la sua vita nelle mani del Padre, può permettersi di ‘frugare nelle sue tasche’ in cerca dei doni più preziosi.
    In questa scoperta e riscoperta quotidiana della figliolanza divina, nell’abbandono fiducioso e umile dell’infanzia spirituale ‘ che San Josemaria mutuò soprattutto dall’insegnamento di Santa Teresa del Bambin Gesù ‘ tutti siamo chiamati a compiere un progressivo itinerario di comunione autentica con Dio, attraverso i mezzi della vita spirituale, l’orazione dinanzi al Signore, l’ascesi purificata da ogni esteriorità, la formazione cristiana, la frequentazione di Dio nella Parola e nei Sacramenti.

    6. In secondo luogo l’originalità del messaggio dell’Opera: essere autentici figli del mondo. Non è un paradosso anche se potrebbe sembrare tale. Non certamente nel senso giovanneo dei figli delle tenebre che non hanno accolto la luce di Cristo, né nel senso comune di uomini e donne come intrappolati nelle logiche dell’egoismo umano spesso trionfanti all’interno della società.
    No. San Josemaria, pur tenendo ben presente che tanti sono gli elementi che muovono guerra ai propositi di santità degli uomini, ha invitato i suoi figli, a sentirsi degni ‘figli del mondo’, ad ‘amare il mondo appassionatamente’.
    Scrive: «Il mondo ci aspetta. Sì!, amiamo appassionatamente questo mondo perché Dio ce l’ha insegnato: ‘Sic Deus dilexit mundum…’ – Dio ha tanto amato il mondo-; e perché è il nostro campo di battaglia – una bellissima guerra di carità -, affinché tutti raggiungiamo la pace che Cristo è venuto a instaurare» (Solco, 290).
    L’insegnamento dell’Opera dà un valore positivo al mondo e alla realtà che circonda l’uomo, realtà donata da Dio perché possa essere trasformata sempre più nel suo Regno.
    Il mondo, gli ambienti in cui si vive, si lavora, si studia, si soffre o ci si diverte, sono il campo in cui realizzare una meravigliosa semina di santità. In modo particolare l’Opera propone quella spiritualità del lavoro per la quale la santità va ricercata nel fare straordinariamente bene il lavoro ordinario.
    Afferma San Josemaria: «Davanti a Dio, nessuna occupazione è di per sé grande o piccola. Ogni cosa acquista il valore dell’Amore con cui viene compiuta» (Solco, 487). E ancora: «Insisto: nella semplicità del tuo lavoro ordinario, nei particolari monotoni di ogni giorno, devi scoprire il segreto nascosto per tanti della grandezza e della novità: l’Amore» (Solco, 489).
    Il tempo diviene concretamente occasione di salvezza, compimento nella vita quotidiana del mistero di morte e risurrezione di Gesù, al quale ogni uomo può unirsi. Afferma San Josemaria: «Che pena ammazzare il tempo, che è un tesoro di Dio!» (Forgia, 706).
    Per il ‘Padre’ questo è il cuore della possibilità della santità nella Chiesa. Egli non penserà mai ad ulteriori strutture o modalità organizzative. La grande rivoluzione è impiegare le situazioni ordinarie perché la santità comandata da Dio agli uomini sia resa possibile laddove gli uomini vivono, nell’ordinarietà della vita quotidiana, in famiglia come a scuola, in parrocchia come al lavoro, in ospedale come nella libertà e nella gioia della competizione sportiva.
    E tutto questo non può e non deve essere mai un alibi per non curare la propria vita spirituale: pena l’essere fagocitati dal mondo senza averlo fecondato.

    7. In terzo luogo i membri dell’Opera, caratterizzati da questa forte riscoperta della figliolanza divina espressa nella volontà di santificare le realtà temporali nelle quali essi vivono e lavorano, sono chiamati ad essere anche autentici figli della Chiesa.
    Fedeli agli insegnamenti del Romano Pontefice, i figli della spiritualità dell’Opus Dei sono chiamati ad edificare la Chiesa, a promuovere l’unità, ad aiutare le sue membra più deboli ad incontrare il Signore, perché il Vangelo diventi sempre più fecondo, e la fede si estenda fino ai confini della terra, secondo il mandato del Signore.
    Per questo, carissimi fratelli e figli, nella fedeltà a quanto San Josemaria vi ha insegnato più con l’esempio e la devozione che con le parole, amate la Chiesa come vostra Madre! «Che gioia poter dire con tutte le forze della mia anima: amo mia Madre, la santa Chiesa!» (Cammino, 518).
    E amate la Chiesa senza mai tradire la spiritualità laicale che vi è stata consegnata, senza mai scadere in quel ‘clericalismo’ che porta solo confusione di identità e di ministeri.
«Quel grido ‘ serviam! ‘ significa volontà di ‘servire’ fedelissimamente, anche a prezzo dei beni terreni, dell’onore e della vita, la Chiesa di Dio» (Cammino, 519).
    Amate la Chiesa contribuendo ‘ ciascuno per quel che gli spetta ‘ ad edificarla come Corpo Mistico di Cristo vario ed articolato nelle sue membra, che hanno ciascuna la sua finalità e la loro ragion d’essere. Ecco la prospettiva dell’unità nella diversità! Ecco la bellezza della varietà suscitata dallo Spirito Santo!

    8. Fedeli a questo carisma, carissimi figli e figlie, siete inseriti pienamente nella vita della Chiesa e nella realtà della nostra Diocesi. La vostra missione è quella di capillarizzare ‘ per così dire ‘ il Vangelo nelle realtà che ogni giorno vivete con visione soprannaturale e coraggiosa dedizione.
    In questo tempo nel quale la Chiesa di Palermo si confronta con la ricerca di nuovi slanci missionari ed apostolici e affronta il tema della trasmissione della fede, vi invito fortemente, ad essere testimoni di quanto avete ricevuto, datori della ricchezza che vi ha toccato il cuore, portatori del messaggio di redenzione di Cristo Salvatore.
    Trasmettere la fede è missione più concreta di quanto si possa pensare o immaginare! Voi lo sapete bene: è missione grande che si concretizza nella fedeltà alle piccole cose, per la rivitalizzazione dei tessuti dell’umana convivenza.
    L’impegno a cui il Signore ci chiama può essere portato a termine solo con il suo aiuto. E questo ci viene dato attraverso l’intercessione premurosa della Vergine Santissima, alla quale avete imparato a rivolgervi con espressioni di amore intenso e filiale. Per questo ancora una volta le rivolgiamo la nostra preghiera: ‘Iter para tutum‘ ‘ Rendi sempre più sicuro l’itinerario da percorrere e i passi da fare perché ogni giorno possiamo esser trovati nella comunione d’Amore di Dio.
    E così sia!