Arcidiocesi
di PALERMO

Missione Vocazionale Seminario Arcivescovile

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Parrocchia S. Maria Maddalena Ciminna
17-04-2009

   Il brano che avete scelto ci parla di una vittoria. Una ‘vittoria che ha sconfitto il mondo’. Essa è ‘la nostra fede’. Ed essa non vince di per sé. Vince perché vincono gli uomini che credono: ‘Chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?’
    La nostra fede. Il nostro modo di credere in Gesù. Può essere distratto, formale, rituale. Oppure può essere caldo, pieno di senso, esistenziale. E direi compromettente.
Una fede autentica ci compromette. Non ci fa scendere a compromessi. Ma ci compromette, sì! Essa cioè dice che se credi in Gesù, morto e risorto, la sua vita diviene la tua vita e la tua vita si nutre della tua.
    E tutto questo si vede nelle scelte concrete di ogni giorno.
    Credere che siamo stati battezzati, innestati in Cristo. Come un ramo che si innesta su una pianta, perché sia la linfa della pianta ad alimentare il ramo. Noi siamo alimentati dalla linfa della vita di Dio, della vita di Cristo. Se crediamo nella nostra vocazione battesimale, per noi non può esserci altra vita che quella di Dio.

    Giovanni, il discepolo amato, lo ha compreso. E lo ha vissuto. Quello che abbiamo chiamato il suo ‘diario’ può essere il diario di ciascuno di noi. Di ciascuno di voi. Le pagine fissate nel suo Vangelo, illuminate dalla sua esperienza, potrebbero essere altrettante pagine di un vangelo scritto con e per ciascuno di noi. Una buona notizia che Dio ci ha dato. Che Dio ci ha fatto sperimentare.
    Qual è questa buona notizia che Giovanni ha sperimentato?
    Sapete cosa mi ha colpito del ‘diario’ con il quale abbiamo aperto questo momento di intimità con il Signore, questa sera? Che Giovanni non dice mai la cosa fondamentale dell’incontro con il Signore. Gesù lo ha amato. Sì! Lo ha amato! Pensateci’ Il Vangelo lo chiama sempre ‘quel discepolo che Gesù amava’, ‘il discepolo amato’, come se la chiave di identità di Giovanni è proprio questa: essere stato amato dal Signore e prima di tutto e nonostante tutto. Non ‘amare’ ma ‘ primariamente ‘ ‘essere amato’.
    Sarebbe bello che in una riflessione personale ognuno di noi rileggesse quel ‘diario’ alla luce di questo: chi parla è il discepolo che ha sperimentato di essere stato amato. Tutto acquista un senso’ Il ‘che cercate?’ di Gesù, gli sguardi scambiati, le parole e i silenzi, l’incontro e le inevitabili rinunce della sequela. E persino scommettere la propria vita per ricevere in pienezza la felicità e trasmetterla ai fratelli.

    Cosa rende questo amore di Dio per noi così diverso? Cosa lo rende così dirompente da far cambiare la proprio direzione? ‘La testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio’.
    Carissimi, qualcuno ha scritto che l’esplosione del giorno di Pasqua, del mattino della risurrezione, non è l’annuncio della vita che va oltre la morte. Dell’immortalità futura tanti filosofi avevano parlato prima di Cristo. Anche gli ebrei del tempo di Gesù credevano alla vita oltre la morte. No! Non può essere che Dio abbia fatto questo sforzo per dirci solo questo!
    ‘Chi ha il Figlio ha la vita’. Non ‘avrà’ la vita. Ma ‘ha’ la vita. ‘Chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita’. E ancora: ‘Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio’. ‘Possedete’ ora! Possediamo ora, adesso, la vita eterna!
    E’ questa la vera esplosione del mattino della risurrezione, che getta luce nuova sulla vita di ogni uomo. Già da adesso si può vivere la vita eterna, di comunione con il Figlio Gesù. Non bisogna aspettare chissà quale sorpresa. Egli ci ha già fatto la sorpresa di donarci la vita eterna, e di farcela possedere gustare nella gioia, anche nei momenti di dolore e di sconforto che viviamo uniti a lui.

    L’amore di Dio ci interpella. Se è vero che esso ci ha come rigenerati, ci invita a percorrere strade nuove. Nessuna strada ‘ sembra dirci Giovanni ‘ può essere percorsa senza una totale fiducia e un totale abbandono in lui. la fede è anche fiducia piena, totale, incondizionata.
    Fidarsi della voce e dell’abbraccio, prima ancora di sapere dove sta il Maestro. Fidarsi della promessa della vita anche nel momento in cui si sta sotto al Croce. Fidarsi della sua Parola, perché attraverso di essa egli guarisce e perdona i peccati.
    Fiducia in un incontro. Non in una dottrina. Non in un sistema filosofico o politico. in un incontro che dopo 2000 anni continua e dire il perché della vita, di ogni vita, anche quella che sembra essere meno amata e desiderata.
    L’amore di Dio ci interpella. E la nostra risposta non può che essere fiducia. Mi fido di Cristo? E in questa fiducia lo amo?
    Scrive il Santo Padre (Messaggio per la Giornata Mondiale delle Vocazioni 2009): Credere nel Signore ed accettare il suo dono, porta dunque ad affidarsi a Lui con animo grato aderendo al suo progetto salvifico. Se questo avviene, il ‘chiamato’ abbandona volentieri tutto e si pone alla scuola del divino Maestro; ha inizio allora un fecondo dialogo tra Dio e l’uomo, un misterioso incontro tra l’amore del Signore che chiama e la libertà dell’uomo che nell’amore gli risponde, sentendo risuonare nel suo animo le parole di Gesù: ‘Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga’ (Gv 15,16).
    Ecco che l’incontro fa sperimentare di che Amore siamo amati. In questo Amore riponiamo la nostra fiducia e anche noi ci chiediamo: che devo fare? Della mia vita? Delle mie capacità? dei doni ricevuti? Della mia intelligenza? della mia forza? Di quanto sono e faccio?
    Così si aprono a noi cammini di speciali scelte di donazione. Se lo ha fatto per primo colui in cui ho posto la mia fiducia’ perché non io?
    Scrive sempre il Papa: Chi può ritenersi degno di accedere al ministero sacerdotale? Chi può abbracciare la vita consacrata contando solo sulle sue umane risorse? Ancora una volta, è utile ribadire che la risposta dell’uomo alla chiamata divina, quando si è consapevoli che è Dio a prendere l’iniziativa ed è ancora lui a portare a termine il suo progetto salvifico, non si riveste mai del calcolo timoroso del servo pigro che per paura nascose sotto terra il talento affidatogli (cfr Mt 25,14-30), ma si esprime in una pronta adesione all’invito del Signore, come fece Pietro quando non esitò a gettare nuovamente le reti pur avendo faticato tutta la notte senza prendere nulla, fidandosi della sua parola (cfr Lc 5,5). Senza abdicare affatto alla responsabilità personale, la libera risposta dell’uomo a Dio diviene così ‘corresponsabilità’, responsabilità in e con Cristo, in forza dell’azione del suo Santo Spirito; diventa comunione con Colui che ci rende capaci di portare molto frutto (cfr Gv 15,5).

    Carissimi! Quanta pace ci lascia nel cuore l’antifona che abbiamo ripetuto al Salmo 31: ‘Affida al Signore la tua via ed egli compirà la sua opera’. L’opera, il frutto, in qualsiasi missione e in qualsiasi cammino vocazionale ci troviamo, specie in quello di speciale consacrazione, è solo sua. La via da percorrere, da lui tracciata, è sotto la nostra responsabilità.
    Unicamente la fiducia e l’abbandono uniscono la responsabilità del cammino con l’opera che egli, attraverso di noi, vuole compiere in noi e nei fratelli. Solo la fiducia.
    Affida al Signore la tua via ed egli compirà la sua opera.