Arcidiocesi
di PALERMO

Messa Crismale

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Cattedrale di Palermo
30-05-2020

Mons. Corrado Lorefice
Arcivescovo di Palermo
Cattedrale, 30 maggio 2020

Care Sorelle, Cari Fratelli,

è una grande gioia per me essere qui oggi con voi. È motivo di grande letizia ritrovarvi e ritrovarci. In questi lunghi giorni abbiamo fatto un’esperienza dolorosa: siamo stati costretti a restare lontani, a rimanere distanti, per un senso di reciproco rispetto. E abbiamo sperimentato come questa lontananza sia contraria alla nostra esistenza e all’esistenza cristiana. Abbiamo provato qualcosa di inedito, che non avremmo mai immaginato di vivere: sentirci possibili portatori di morte; temere che anche gli altri potessero esserlo per noi, nonostante l’affetto reciproco, nonostante i profondi legami. Credo che quella di oggi sia un’occasione per ricominciare, ma anche per ricollocarci. Siamo tornati insieme, come popolo di Dio, come presbiterio. Insieme, nel cenacolo.

Mi pare di risentire l’eco delle parole di Gesù, della sua preghiera per i suoi, la sera della cena pasquale. Mentre fa scorrere il suo fiume d’amore verso di noi, Gesù prega il Padre. Gesù si rivolge al Padre. Ci consegna il dono più riposto: la sua preghiera. Per ogni uomo la preghiera intima è il luogo più profondo della sua anima. In quella notte Gesù ci ha consegnato la sua umanità in preghiera. Con un’apertura sconvolgente, in una intimità indescrivibile. Ci ha fatti entrare nella sua stanza interna (cfr (tameion: Mt 6,6). E di fronte alla sua preghiera dobbiamo toglierci i calzari. Occorre solamente ascoltarla, come la preghiera che oggi egli eleva per noi: «Padre, prego non solo per questi ma per tutti quelli che per la loro parola crederanno in me» (Gv 17,20). Per noi riuniti qui, in questa chiesa cattedrale, oggi, 30 maggio 2020. Gesù prega per noi che siamo chiamati ad annunciare il suo nome.

Il cenacolo di Pasqua è lo stesso cenacolo di Pentecoste. L’annuncio che si diffonde grazie al vento gagliardo dello Spirito (cfr At 2,2) è interno al dinamismo profondo della Pasqua, della cena pasquale. Quella sera, così come oggi, Gesù pregò per l’unità: «che siano una cosa sola» (Gv 17,21), svelandoci il segreto della storia umana.

Noi bramiamo la vita, siamo attaccati alla vita, e per averne di più, per accumularla, ricorriamo anche al peccato: al potere, all’invidia, alla gelosia, all’individualismo sfrenato. Pensiamo così di poterla far nostra. E invece, la vita aumenta se ci amiamo. “La vita e l’amore – questo ci dice Gesù – non possono essere separati. Non cercare la vita dando la morte! Cerca la vita nell’amore!”. Essere uniti nell’amore: è questa la gloria, la vita piena. Perché se siamo uniti nell’amore noi partecipiamo della vita di Dio, della relazione tra il Padre e il Figlio «uniti in un solo Amore» (Inno Vieni, o Spirito creatore).

Lo stesso Spirito-Amore che ha consacrato Gesù e che egli annuncia nella sinagoga di Nazareth: «Lo Spirito del Signore è su di me… Mi ha mandato a portare il Vangelo (il lieto annunzio) ai poveri» (Lc 4,18). Gesù applica a sé la profezia di Isaia, che compie il ‘sogno’ di Dio. Un corpo di uomo che viene unto con l’olio di Dio. È come se giungesse a compimento la storia iniziata con Genesi: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza» (Gen 1,26). Da questo impeto di Dio vengono l’Ish e Ishà, Adamo, il terrestre, ed Eva. Dio li vede, ma in loro già sogna il corpo di Cristo e il corpo della Chiesa (cfr Ef. 5,32). Il ‘corpo’ del Figlio e il ‘corpo’ della Chiesa, unti con l’olio dello Spirito, sarebbero stati in pienezza l’immagine di Dio. Dio aveva tratto dalla madre Terra (dall’humus che ci rende ‘umani’) i corpi dell’uomo e della donna di Genesi, plasmandoli con le sue mani. Ma era solo l’inizio. Il sogno era molto più audace: rigenerare questi corpi ungendoli con l’olio divino. «Il Signore mi ha consacrato con l’unzione» (Is 61,1). Gesù di Nazareth: un corpo nato da Donna ma unto di Spirito. Così Dio entra nei corpi e in essi si imprime: «sarete battezzati ‒ immersi ‒ con lo Spirito Santo» (At 1,5). Il corpo fatto di terra sarà unto di Spirito Santo e porterà agli uomini la pienezza: Dio sarà tutto in tutti (cfr 1Cor 15,28).

Il corpo di Gesù di Nazareth, il corpo del più bello tra i figli degli uomini, ucciso su una croce, muore, ma non può conoscere la corruzione. Scende agli inferi ma risale e si porta i prigionieri (cfr Ef 4,8; 1Pt 3,19), i corpi che non erano stati unti. Il corpo di Gesù, dell’Unto del Signore, non resta prigioniero ma ascende al Padre e dona a coloro che in lui credono, a coloro che ha chiamato perché stessero con Lui, l’unzione dello Spirito, che li fa diventare corpo del suo corpo. L’Unto del Signore risorge, il Cristo di Dio rimane nella Chiesa, suo Corpo, che riceve la sua stessa unzione e che esiste per attrarre tutti, non a sé, ma al mistero del Corpo di Cristo che accoglie e innalza al Padre l’umanità intera: coloro che lo sanno e quanti non lo sanno, amati e liberati da lui.

Il corpo del Risorto, il corpo dell’Unto è un corpo fatto amore. E chi ama, quando ama, trae a sé, nel suo corpo, il corpo dell’amato. Innalzato da terra sulla croce, asceso dalla terra al cielo, Gesù attrae tutti gli uomini. Chi riceve il suo amore entra in lui, fa parte del suo corpo, in lui rimane, come corpo da lui amato e che egli ama. Fino alla fine del tempo. Ecco la Chiesa – come affermava il grande vescovo predicatore Jacques Bénigne Bossuet – intima perché suo corpo, distinta perché sua Sposa: «dopo che il Verbo si è fatto carne, il Corpo, ch’egli ha preso, è il mezzo di unirci alla sua Divinità; e per consumare il misterio, il Figliuolo di Dio, unendosi egli pure a’ nostri corpi, fa passare la sua grazia e la sua virtù nelle anime nostre» (Su la comunione Pasquale).

L’olio di Dio, lo stesso olio, è nel corpo del Risorto e nel corpo della sua Sposa. Egli è «colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue» (Ap 1,5) e «ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre» (Ap 1,6). Ha fatto di noi un popolo ‘unto’ di Spirito santo. Nel rotolo del libro, nel rotolo del corpo, nel rotolo della nostra esistenza che si dispiega sta scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me» (Is 61,1). Ogni corpo viene unto non per diventare re ‒ del potere, del pane e delle coscienze ‒, non per diventare signore degli altri. L’olio dello Spirito è l’olio di Colui che ha vinto, vince e vincerà perché la sua è l’unzione dell’amore.

Come recita l’antifona di ingresso della Pentecoste: è Spirito che tutti unisce perché comprende ogni linguaggio. L’olio diventa la nuova vita che ci viene donata, e la vita si accresce solo nella condivisione dell’amore. La vita senza l’amore muore. Solo l’amore dà alla vita l’abbondanza e la pienezza della gioia.

«Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti» (Is 61,6). Ed ecco a cosa ci abilita il Crisma. Ricordiamocelo: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).

Care Sorelle, Cari Fratelli, mentre leggo Isaia, alla luce dell’omelia di Gesù a Nazaret, mi risuonano le parole – diventate vita – di don Primo Mazzolari. Egli diceva che Gesù, i suoi discepoli, «non li ha incaricati di imporsi alla terra, ma di aprire in qualche cuore le speranze del Regno, di dare una consolazione a chi piange, una gioia a chi muore, una certezza a chi attende: non per essere esercito, ma sale della terra e luce del mondo: non per camminare a passo di marcia, ma per sentirsi uniti nella carità» (Lettere al mio parroco). Questa la nostra passione di credenti in Cristo, di popolo sacerdotale; la passione dei presbiteri chiamati a servire questo popolo.

L’ha cantata, con profondo trasporto spirituale e poetico, D. M. Turoldo:

E quando la notte fonda
ha già inghiottito uomini e case e
una cella mi accoglie
esule del mondo. Gli altrinulla sanno di questa mia pace,di questi appuntamenti.
Forse neppure io stesso
saprei rifare l’itinerario del giorno,
ripetere la danza del mio Amore.
Quasi nulla avanza di mela sera: poche ossa, poca carne
odorosa di stanchezze,
curvata sotto il peso
di paurose confidenze.
Allora Egli mi attende solo,
a volte seduto sulla sponda del letto,
a volte abbandonato sul parapetto
della grande finestra. E iniziamo
ogni notte il lungo colloquio.
Io divorato dagli uomini, da me stesso,
a sgranare ogni notte il rosario
della mia disperata leggenda.
Ed Egli a narrarmi ogni notte
la Sua infinita pazienza.
E poi all’indomani io, a correre
a dire il messaggio incredibile
ed Egli fermo al margine delle strade
a vivere d’accattonaggio.

(Colloquio notturno)

Essere unti per l’annuncio significa essere consegnati alla vita degli altri, credere nella potenza rigenerante dell’amore che è la potenza stessa dello Spirito e che esige la preghiera sacerdotale, quella che porta la propria vita e la vita di tutti davanti a Dio, nel silenzio della notte, delle nostre notti. Ma non si tratta di una sterile ripetizione di un cliché.

E tutto questo si compie «oggi» (Lc 4,20). Ogni giorno, ogni ‘oggi’, vuole un rinnovato ascolto dello Spirito. Ma oggi è un giorno preciso: il giorno del ‘dopo-corona-virus’.

Con umiltà chiediamo allo Spirito quale nuova strada dobbiamo aprire. Giovanni ci ricorda che è lo Spirito Santo che ci insegna la via, ci guida (odeghesei: Gv 16,13). Egli ‒ e la Madre Odigitria ‒ ci sono stati dati per trovare ogni giorno strade nuove dentro la veritiera e certa mappa dell’amore, della misericordia, della compassione.

Il corona-virus ci ha ricordato che siamo mortali, che la salute non è gestibile da una azienda, che nessuna comunità ha futuro se fa sua la logica dello scarto dei più deboli, che gli anziani rischiano la solitudine, che noi siamo uomini e corpi sociali. Ci ha ricordato che è necessario coniugare la sicurezza con la libertà, la salute con l’economia. Ma più di ogni altra cosa ci ha insegnato che l’olio non viene dal cielo, ma dalla terra, dall’ulivo. E l’olio non può sradicarci dalla terra ma alla terra ci rimanda. Oggi ci ricorda che dobbiamo abbracciare la terra.

Il Crisma, l’olio aromatizzato che serve a consacrare i figli e a inviare i discepoli, a impregnare di profumo le mani dei presbiteri e a ungere il capo degli apostoli, emana profumo del cielo, ma porta tutta la fragranza della terra. Non si può essere uniti a Cristo, l’Unto di Dio, senza prendere parte in tutto al fragrante solco della vita, profumando di cielo. Questo è il senso più vero della consacrazione discepolare e ministeriale. In Cristo risorto e asceso al cielo, con-spiratore (con-respirare) del dono messianico dello Spirito, cielo e terra si incontrano: il cielo emana la fragranza della terra e la terra profuma di cielo.

Domenica scorsa, dopo la recita del Regina Coeli, Papa Francesco ha annunciato l’iniziativa, avviata dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, di un Anno speciale per riflettere sull’enciclica Laudato si’. È la Magna Charta del ‘dopo-corona-virus’. L’enciclica, come si sa, riprende e attualizza il meraviglioso Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi. Non ci sarà salvezza e pace per noi fino a quando il nostro amore non raggiungerà gli ultimi. Intendiamo i poveri, certo, ma sappiamo che gli ultimi tra gli ultimi sono quelli che nasceranno, e che l’ultima in senso assoluto è «sora nostra matre Terra la quale – dice S. Francesco – ne sustenta e governa» (FF 263).

Legge intima e sostanziale della comunione è che, quando viene scartato il più debole, le si toglie [alla comunione] vitalità e si imboccano le vie della morte. Se abbracceremo la Terra, sarà più facile abbracciare i più fragili: i bambini, gli anziani, i disagiati, i profughi, i poveri, anche quelli meno ‘eleganti’. Il virus ci ha insegnato – come ogni guerra – che l’uomo rischia perché ogni vita che non crea comunione è in pericolo. Solo la comunione rinnova la vita.

La fragranza del Crisma, profumato quest’anno con l’essenza degli agrumi della nostra Isola, dia continuità al profumo di zagara che ha ‘trasfigurato’ il nostro sguardo e le nostre relazioni in questa Pasqua, così particolarmente desiderata e attesa a causa della pandemia.

Preghiamo per i bisogni della nostra Chiesa locale, per questo momento di grave crisi sanitaria, economica e sociale che sta attraversando il nostro territorio diocesano, la nostra Isola, il nostro Paese e il mondo intero.

Le nostre comunità cristiane siano capaci di dare consolazione a chi soffre ed è stanco, speranza a chi lotta con la malattia o muore, certezza a chi attende con trepidazione il pane quotidiano. Siano capaci di portare la speranza del Vangelo facendosi carico della fatica e della disperazione del mondo, annunciando un nuovo anno di grazia del Signore.

Insieme a Maria, uniti nel Cenacolo dove siamo rinati, invochiamo una rinnovata Pentecoste per l’Amata Chiesa e terra di Palermo. Amen.