Arcidiocesi
di PALERMO

Mercoledì delle Ceneri

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05-03-2003

Perdonaci, Signore, abbiamo peccato.

1. E’ questa la risposta umile, sincera, fiduciosa che sale spontanea dai nostri cuori all’invito paterno, pressante, tenerissimo che anche quest’anno il Padre ci ha rivolto per bocca del profeta Gioele: ‘Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio’.
Il tempo privilegiato della conversione, del ritorno a Dio con la contrizione del cuore, è la Quaresima, che oggi ha inizio con l’imposizione delle ceneri, il simbolo austero della nostra finitezza e della nostra umiliazione, che accompagna l’annunzio sia della prima condanna nell’Eden ‘polvere tu sei e polvere ritornerai’ (Gn 3,19) sia del primo imperativo del Signore: ‘Convertitevi e credete al Vangelo’ (Mc 1,15).

2. Siamo tutti consapevoli di essere peccatori, d’aver tradito con il peccato l’amore col quale Dio ci ha salvati mediante il sacrificio redentore del Figlio suo. Abbiamo commesso ‘quello che è male ai suoi occhi’, servendoci dei doni che lui ci ha dato.
Ma siamo anche consapevoli che Dio è Padre, ‘misericordioso e benigno, tardo all’ira e ricco di benevolenza e si impietosisce riguardo alla sventura’.
Per questo facciamo appello alla sua misericordia di Padre, che è infinitamente più grande di ogni nostra miseria, e ciascuno di noi ripeta col pentimento sincero del Re Davide: ‘Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia, nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato’.
A questa invocazione di perdono il Signore dà la risposta piena mediante il ministero apostolico della Chiesa nel sacramento della Penitenza e della Riconciliazione, traguardo del nostro cammino quaresimale.
E’ lui, solo lui, che ci libera dal peccato, se torniamo a lui col cuore sinceramente pentito e confessiamo umilmente: ‘Contro te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto’.
E’ lui, solo lui, che ci riconcilia con sé, con noi stessi e fra di noi. Risuona sempre nuovo e stimolante l’accorato invito dell’apostolo Paolo: ‘Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio’.
E’ questa la grazia della Quaresima, tempo di preparazione alla Pasqua nel ricordo del nostro Battesimo, nella conversione della mente e del cuore.

3. L’itinerario della conversione quaresimale è illuminato dalla parola di Dio il cui ascolto quotidiano, in questo tempo favorevole della nostra salvezza, deve essere più intenso, più profondo, più contemplativo, più orante, soprattutto attraverso la ‘lectio divina’. Sarà allora più agevole per noi accogliere l’invito del salmista: ‘Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore’. Non accoglieremo, così, invano la sua grazia.
Il cammino quaresimale è sostenuto dai tre grandi mezzi della conversione: la preghiera, il digiuno e l’elemosina, che Gesù nel Vangelo ci ha esortati a valorizzare non semplicemente come pratiche esteriori, esposte per giunta alla tentazione di destare l’ammirazione degli uomini, ricompensa effimera e fallace che ci priva di quella divina, ma come atteggiamenti interiori di piena confidenza filiale in Dio con la preghiera, di dominio del proprio egoismo col digiuno, di apertura alle necessità dei fratelli con l’elemosina.
Si tratta delle tre classiche opere penitenziali della Quaresima.

4. Nella Quaresima di quest’anno, ma soprattutto oggi, che ne è l’inizio, il Santo Padre Giovanni Paolo II ci ha invitati a intensificare la preghiera e il digiuno, con una precisa intenzione: invocare il dono della pace nel mondo, e in modo particolare per l’Iraq e la Terra Santa.
E’ un invito che ha rivolto a tutti credenti, a qualunque religione appartengano, ma particolarmente ai cristiani, chiamati ad essere come le ‘sentinelle della pace’, e in modo più diretto a noi cattolici.
Non deve meravigliare che Giovanni Paolo II, indubbiamente il più convinto assertore e il più strenuo difensore della pace, non limiti la sua instancabile azione in favore di ‘questa grande causa, da cui dipende il bene di tutti’, ai doverosi canali diplomatici, ma faccia ricorso anzitutto alla ‘preghiera e al digiuno’: sono queste le armi spirituali più disarmanti che accompagnano la diplomazia e la rendono più efficace.
L’azione diplomatica, infatti, non basta. Il Papa è convinto ‘ come devono esserlo tutti i credenti – che la pace è un dono di Dio affidato alla responsabilità degli uomini. Perché dono di Dio, la pace va invocata con la preghiera e sollecitata col digiuno. Perché dono affidato alla responsabilità degli uomini, a richiamare questa responsabilità nei più alti livelli tendono gli intensi rapporti diplomatici di questi ultimi giorni.

5. Giovanni Paolo II non si nasconde le difficoltà. Ma queste non devono fermare gli operatori di pace. ‘Senza arrendersi di fronte alle difficoltà ‘ ha detto Domenica scorsa ‘ occorre ricercare e percorrere ogni strada possibile per evitare la guerra, che sempre porta con sé lutti e gravi conseguenze per tutti’.
E’ significativo e consolante che l’invito del Papa abbia raccolto così vasti consensi, in Italia e nel mondo, non solo fra cattolici, ma anche fra altri credenti e perfino fra non credenti o non praticanti.
Tuttavia è doveroso precisare che l’invito del Santo Padre riguarda non la sola preghiera o il solo digiuno ma ambedue queste opere penitenziali che, per il loro significato e il loro valore, secondo la più antica tradizione della Chiesa sono inseparabili, tra loro integrative ed evangelicamente aliene da ogni forma di esibizionismo.
Con la preghiera, imploriamo per tutti ‘la conversione dei cuori’, ossia il cambiamento di mentalità; il passaggio dalla logica perversa della violenza alla cultura della pace; la convinzione che ‘mai potremo essere felici gli uni contro gli altri’ e che ‘mai il futuro dell’umanità potrà essere assicurato dal terrorismo e dalla guerra’. Per i governanti invochiamo ‘la lungimiranza delle decisioni giuste per risolvere con mezzi adeguati e pacifici le contese, che ostacolano il peregrinare dell’umanità in questo nostro tempo’.

6. Se la preghiera è l’anima del digiuno, è il digiuno che rende più intensa la preghiera. Tenuto in grande considerazione da ebrei e musulmani, il digiuno, che nella tradizione cristiana consiste nel mangiare un solo pasto completo al giorno con la riduzione della prima colazione e dell’altro pasto, appartiene da sempre alla prassi penitenziale della Chiesa: non è quindi una novità. Non è una forma di disprezzo del corpo, ma uno strumento per rinvigorire lo spirito: vera terapia dell’anima e del corpo.
Espressione di penitenza per l’odio e la violenza che inquinano i rapporti umani, efficace esercizio di autodisciplina e di autodominio, il digiuno ci dispone ad attendere e ad accogliere il dono della pace, ci aiuta a meglio comprendere le difficoltà e le sofferenze dei nostri fratelli oppressi dalla fame, dalla miseria e dalla guerra, e conseguentemente ci stimola a gesti concreti di solidarietà e di condivisione con chi si trova nel bisogno. Un concetto, questo, che il Papa ha sviluppato nel messaggio per la Quaresima, tratto dalla affermazione evangelica: ‘Vi è più gioia nel dare che nel ricevere’.

7. ‘Non si tratta di un semplice richiamo morale, né di un imperativo che giunge all’uomo dall’esterno. L’inclinazione al dono è insita nel fondo genuino del cuore umano: ogni persona realizza pienamente se stessa quando agli altri liberamente si dona’.
Respingiamo, pertanto, con più motivata consapevolezza le suggestioni dell’egoismo sollecitate dai molteplici messaggi che in forma insistente, aperta o subdola, esaltano la cultura dell’effimero e dell’edonistico, alimentano l’idolatria del denaro, la bramosia del guadagno, la ricerca del profitto a tutti i costi, cause non ultime delle illegalità e delle ingiustizie, dello sfruttamento dell’uomo e dell’indifferenza per le sofferenze altrui che umiliano la nostra società opulenta.
Chiamati a seguire le orme di Cristo, che si è donato a noi con amore disinteressato e totale sino a morire in Croce, col suo stesso amore, che è stato riversato nei nostri cuori col dono dello Spirito (cf Rm 5,5), doniamoci agli altri.
Ciò significa dare l’aiuto materiale attraverso il frutto della sobrietà, della privazione o riduzione almeno di ciò che è inutile e dannoso nel mangiare, nel bere, nei divertimenti, nelle spese voluttuarie di ogni genere. E questo è possibile anche ai ragazzi e ai giovani, ma il cristiano vero si priva non solo del superfluo ma anche del necessario.
Donarsi tuttavia significa anzitutto e soprattutto mettersi a servizio degli altri nelle diverse e generose forme di volontariato che esprime l’autenticità di una Chiesa tutta ministeriale, tutta a servizio degli uomini perché tutta a servizio di Dio.

8. Ci sia di esempio la Vergine Maria, che in questo anno del Rosario, contempliamo con maggiore frequenza come la serva del Signore, che si mette a servizio dell’umanità, nella persona della cugina Elisabetta, annunzia la vera liberazione dell’uomo nel canto del Magnificat e a Betlem dona al mondo il suo Figlio, il Principe della Pace, anzi la ‘nostra Pace’ (Ef2,14).
Anche per questo il Santo Padre ci ha invitati a pregare per la pace, non solo nelle comunità ecclesiali ma anche nelle famiglie, con la recita del Santo Rosario. Questa preghiera è orientata per natura sua alla pace, sia perché aiuta ad assimilare il mistero di Cristo che agevola l’apprendimento del segreto della pace, e sia per i frutti di carità che produce aiutandoci a riconoscere il volto di Cristo nei fratelli, soprattutto se sofferenti e bisognosi.
Non ci stanchiamo di ripetere con filiale insistenza ‘Da pacem, Domine, in diebus nostris’: ‘dona la pace, o Signore, ai nostri giorni’. Non ci stanchiamo, col Rosario in mano, di far ricorso all’intercessione materna di Maria, Regina della pace. Accenderemo, così, nel buio che avvolge l’umanità, un segno luminoso di speranza in un impegno più deciso e corale nella cultura e nella promozione della pace.