Arcidiocesi
di PALERMO

Investitura solenne del Nuovo Luogotenente dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme

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Cattedrale di Catania
13-11-2010

    1. È per me è una grande presiedere questa celebrazione eucaristica che ci vede tutti insieme riuniti attorno all’altare del Signore. Sento che questo ci fa davvero esprimere e gustare la bellezza dell’essere Chiesa, pur nelle specifiche diversità e nelle inevitabili distanze geografiche.
    Ci sentiamo in comunione con il mio fratello nell’episcopato S.E. Mons. Salvatore Gristina, Padre e Pastore di questa Arcidiocesi di Catania. A lui mi legano vincoli ormai profondi e pieni di affetto, e per questo lo ringrazio, anche se so che per un impegno già fissato in precedenza gli sarà possibile raggiungerci solo nel prosieguo del nostro incontro. So però che nell’Eucaristia si annullano le distanze’
    Arricchisce questa celebrazione anche la presenza di S.E. Mons. Salvatore Pappalardo, Arcivescovo di Siracusa e Priore della stessa Sezione. È un segno fattivo di un concreto accompagnamento all’Ordine, discreto ed affettuoso.
    Ricordando in questa occasione il suo impegno profuso in questi ultimi anni a favore dell’Ordine, ringrazio anche S.E. l’Avv. Lorenzo Lo Monaco, Luogotenente emerito per l’Italia Sicilia, mentre, nella qualità di Gran Priore dell’Ordine, accolgo con gioia il Prof. Giovanni Russo che, secondo quanto deciso dal Gran Magistero, tra qualche istante indosserà solennemente i nuovi abiti e darà inizio al suo servizio come nuovo Luogotenente dell’Ordine per la nostra amata Terra.
    Viene accompagnato dal nuovo Consiglio della Luogotenenza, dai Presidi e da quanti, Cavalieri e Dame ripongono nella sua persona ‘ lo so per certo ‘ tanta fiducia e stima.
    In questa celebrazione si eleva a Dio la nostra comune preghiera perché arricchisca di abbondanti grazie il cammino dell’Ordine nelle sue varie componenti, con la speranza di un impegno maggiore nell’unità tra di noi, nella generosità di servizio, nella testimonianza ecclesiale dinanzi al mondo.

    2. Celebriamo oggi la Festa di Maria Santissima Regina della Palestina, patrona dell’Ordine.
Nella prima lettura abbiamo ascoltato una splendida profezia di Isaia, che ci parla insieme di luce e di gioia: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1).
    Di quale luce sta parlando il profeta Isaia? Sta parlando di una luce promessa ad un popolo che cammina nel buio. E noi sappiamo che il buio non è soltanto quello esteriore, piuttosto quello interiore. Il buio dell’incertezza, il buio della fragilità, il buio del peccato.
    La luce di cui sta parlando Isaia è una luce che, invece, squarcia il buio interiore dell’uomo, ed è quella luce che porta all’uomo la gioia tipica dei momenti di festa, dei momenti in cui, con abbondanza, si possono raccogliere i frutti: «Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda» (Is 9,2).

    Nella promessa che Dio fa, per bocca del profeta Isaia, la luce e la gioia vanno insieme. Hanno un’unica origine: il Signore che viene a liberare l’uomo dalle tenebre del peccato e dalla tristezza che lo paralizza. È proprio così, carissimi fratelli e sorelle! Solo la luce di Dio è causa della gioia, e la gioia vera manifesta che l’uomo può essere rinnovato solo se illuminato dalla fede che gli cambia il cuore.
    Perché tutto questo? «Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (cfr. Is 9,5). La speranza del rinnovamento sta nella nascita di un misterioso bambino, che viene donato al popolo’

    3. Sappiamo che il bambino promesso nella profezia di Isaia è Gesù, il Figlio di Dio, l’Emmanuele, il Dio-con-noi, che è venuto ad abitare in mezzo a noi e ha voluto condividere la nostra fragilità e la nostra condizione umana, donandoci la luce della redenzione e la gioia della salvezza.

    Gesù entra nel mondo per la disponibilità della Vergine Maria, secondo quanto abbiamo ascoltato nel vangelo dell’Annunciazione appena proclamato.
    Maria pronunzia il suo eccomi, anche se non comprende pienamente le parole dell’angelo Gabriele: «Entrando da lei, disse: ‘Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te’. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo» (Lc 1,28-29).
    Maria non dubita del prodigio di Dio. Ella sa che Dio può realizzare le promesse di bene del popolo d’Israele, ma si sente piccola e fragile, perplessa circa la modalità in cui il Signore opererà in lei: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» (Lc 1,34).
    L’angelo Gabriele, infatti, non risolve nessun dubbio a Maria, ma le chiede di fare un atto di fiducia nell’Altissimo che stenderà su di lei la potenza dello Spirito Santo.
Maria risponde con il suo eccomi e la profezia di Isaia, antica di otto secoli prima, diventa realtà.
    Con il suo atto di fiducia, con il suo eccomi, Maria diventa la porta attraverso la quale la promessa della luce e della gioia di Dio viene realizzata.
    Maria è la porta della salvezza, ma solo perché dice il suo eccomi, non perché conosce nel dettaglio tutto il disegno di Dio o perché è la donna più forte e più capace, ma solo perché avverte che il Signore le chiede quanto poi lui stesso realizzerà, per la sua fedeltà.

    4. La luce e la gioia entrano nel mondo con il mistero dell’Incarnazione ma giungono a pieno compimento in un mattino che è quello della Risurrezione. Luce e gioia si intrecciano anche in quella prima domenica della salvezza.
    Maria è la donna che, dopo avere assistito il suo figlio nel momento critico della morte in croce, ha sperato in silenzio, il silenzio del sabato santo, e ha atteso quel mattino della risurrezione. Maria ha creduto che non poteva finire tutto con la morte, e ha avuto ancora una volta fiducia nel Dio della vita.
    Quel mattino, per noi, è legato ad un luogo ben preciso, il Santo Sepolcro di Gerusalemme. L’Ordine è certamente custode di un luogo particolare, il Sepolcro appunto. Ma si tratta della custodia di un luogo che testimonia la presenza di Cristo attraverso la sua assenza. Il vuoto del sepolcro, il nulla dentro la tomba, grida forte la vita oltre la morte.
    L’Ordine Equestre del Santo Sepolcro diventa così il custode non soltanto di un luogo, ma di una speranza, direi anzi della certezza che Cristo è risorto. Ecco perché dovranno contraddistinguere l’appartenenza all’Ordine la luce e la gioia dell’incontro personale con il Risorto. Non si tratta di un’appartenenza formale ma sostanziale. Si vive davvero nell’Ordine solo se si vive nella fede del Cristo Risorto.
    E poiché essa deve farsi visibile come la stessa appartenenza all’Ordine, poiché deve manifestarsi e deve incidere in tutti quegli ambienti in cui a livello professionale e sociale siamo chiamati a vivere, l’impegno è davvero grande. Siete soprattutto voi laici che, chiamati ad animare le realtà temporali, a santificarle con la vostra testimonianza, potete portare linfa di speranza e di vita.

    Eccomi dice la Vergine Maria alla proposta dell’angelo di renderla strumento di Dio perché la luce e la gioia di Gesù possano giungere agli uomini.

    Eccomi dovrebbe dire un ogni Cavaliere ed ogni Dama, dinanzi alla sfida della testimonianza di una fede vera.
Ce lo ha ricordato il Santo Padre Benedetto XVI nella recente visita pastorale a Palermo: «A voi, fedeli laici, ripeto: non abbiate timore di vivere e testimoniare la fede nei vari ambiti della società, nelle molteplici situazioni dell’esistenza umana, soprattutto in quelle difficili! La fede vi dona la forza di Dio per essere sempre fiduciosi e coraggiosi, per andare avanti con nuova decisione, per prendere le iniziative necessarie a dare un volto sempre più bello alla vostra terra. E quando incontrate l’opposizione del mondo, sentite le parole dell’Apostolo: ‘Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro’ (v.8)» (Omelia nella Messa al Foro Italico).
    La fede va testimoniata anche controcorrente. Essere custodi dei luoghi santi non servirebbe a nulla se non si traducesse in una fede testimoniata, in una custodia sempre viva della memoria del Risorto che è speranza per i credenti, ed in una testimonianza incisiva negli ambienti in cui viviamo.

    5. Oggi questo eccomi deve essere pronunciato da tutti noi.
    Da me, in modo particolare, perché tra pochi giorni sarò chiamato a collaborare più strettamente con il Santo Padre nel Collegio cardinalizio in cui la sua sovrana decisione mi ha voluto porre.
    Sento infatti il peso e la responsabilità di dovere essere più partecipe delle problematiche e delle questioni della Chiesa universale, e per questo avverto di dover svolgere il mio ministero con rinnovato slancio e con maggiore intensità.
    Questo eccomi deve contraddistinguere anche il mandato del nuovo Luogotenente che si mette al servizio dell’Ordine, nella nostra terra siciliana. Lo ripeto, Prof. Russo: lei ha accettato di porsi ancora una volta al servizio della nostra fede nella nostra Terra sicula, e per questo deve sentirsi interpellato dalla necessità di una maggiore responsabilità animata dalla sua stessa fede.

    Per tutti faccio ancora una volta risuonare la parola forte del Papa nel mattino del 3 ottobre scorso: «Siamo servi di Dio; non siamo creditori nei suoi confronti, ma siamo sempre debitori, perché dobbiamo a Lui tutto, perché tutto è suo dono. [‘] Davanti a Dio non dobbiamo mai presentarci come chi crede di aver reso un servizio e di meritare una grande ricompensa. Questa è un’illusione che può nascere in tutti, anche nelle persone che lavorano molto al servizio del Signore, nella Chiesa. Dobbiamo, invece, essere consapevoli che, in realtà, non facciamo mai abbastanza per Dio. Dobbiamo dire, come ci suggerisce Gesù: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’ (Lc 17,10)» (Omelia nella Messa al Foro Italico).
    Alla Vergine Maria, Regina della Palestina, e nostra Patrona affidiamo questi propositi di bene, e la traduzione del nostro eccomi in opere che diano luminosa testimonianza di carità.     Questo eccomi potrà portare davvero, come lo fu nel caso di Maria Santissima, la luce e la gioia negli ambienti in cui viviamo, nelle nostre famiglie, nei nostri luoghi di lavoro, nelle nostre relazioni.
    E ‘ principalmente ‘ nel nostro cuore, vero luogo santo che, con nobiltà d’animo e valore di fedeltà, con il nostro cammino credente, siamo chiamati a custodire ogni giorno nella luce e nella gioia del mattino della Risurrezione.