Arcidiocesi
di PALERMO

Inizio dell’Anno Giubilare dei Padri Gesuiti

Tag:
Casa Professa
10-12-2005
1. Siamo giunti alla terza tappa del nostro itinerario di Avvento verso il Signore che viene. E mentre il Signore si avvicina, la Liturgia ci invita alla gioia. Per antica tradizione oggi è la Domenica ‘Gaudete‘, dall’esortazione paolina dell’antifona all’introito.
    Nella prima domenica, la Parola di Dio ci ha esortati alla vigilanza nella preghiera. Domenica scorsa alla conversione del cuore. Oggi alla testimonianza per la missione, fonte di gioia per chi la riceve e per chi la dona.
    Fonte di gioia per Gerusalemme, liberata dalla sofferenza dell’esilio, riconciliata con Dio e rivestita della veste nuziale nella salvezza dopo l’infedeltà e la ribellione, è la missione del personaggio misterioso che il terzo Isaia ci ha presentato nella prima lettura e che ha avuto la piena autorivelazione in Gesù nella Sinagoga di Nazareth all’inizio della sua missione.
    L’origine, la finalità, i destinatari della missione sono ben precisati. L’origine è la consacrazione mediante lo Spirito del Signore. I destinatari sono i poveri, gli schiavi, i prigionieri, i cuori spezzati dalla sofferenza. La finalità è annunziare e donare la liberazione e la salvezza.

2. È questo l’annunzio gioioso che sui monti dell’Ebron ha offerto alla storia la prima missionaria di Gesù, Maria sua madre, che annunzia la rivoluzione che sarà operata dall’Onnipotente mediante il suo Figlio Gesù con la potenza del suo braccio che disperde i superbi ed esalta gli umili, ricolma di beni gli affamati e rimanda a mani vuote i ricchi.
    Il Signore ha guardato all’umiltà della sua serva. E modello di umiltà ci è stato presentato nel Vangelo il precursore di Gesù, Giovanni Battista. Quest’uomo, mandato da Dio come testimone, per rendere testimonianza alla luce, ossia a Gesù, il vero e unico Messia atteso dai Giudei, si presenta semplicemente come una voce che invita a preparare la via al Signore. Egli lo indica presente in mezzo ai suoi interlocutori, anche se non sono capaci di conoscerlo, e attesta di non essere degno neppure di sciogliere il legaccio del suo sandalo.
    La forza della credibilità e della efficacia della missione è l’umiltà. Il missionario sa di essere mandato da Dio per annunziare non se stesso ma l’unica luce del mondo, del quale non può mai prendere il posto anteponendo alla gloria di chi lo ha mandato il prestigio o l’interesse personale. E al momento opportuno sa mettersi da parte, senza accampare alcun diritto.

3. La condizione della credibilità e dell’efficacia della missione è la santità, una vita irreprensibile nello spirito, nell’anima e nel corpo: nella fuga da ogni specie di male, nella preghiera incessante e nell’accoglienza di tutto ciò che è buono, senza mai spegnere lo Spirito. Sono gli atteggiamenti che S. Paolo ha raccomandato ai Tessalonicesi nell’attesa della venuta del Signore. E in realtà è la testimonianza che rende credibile l’annunzio, anche se l’annunzio rende intelligibile la testimonianza.
    È un discorso, quello della missione, di vivissima attualità. Da venti secoli caratterizza l’identità della Chiesa, la sua ragion d’essere nella storia: ‘La Chiesa ‘ precisa il Concilio Vaticano II nel Decreto Ad Gentes pubblicato quaranta anni fa il 7 dicembre ‘ durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per natura sua missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine’ (n. 2).

4. La missione della Chiesa è il prolungamento della missione del Cristo, sulla quale deve modellarsi, seguendo la strada della povertà, dell’obbedienza, del servizio e del sacrificio. E se la Chiesa è missionaria, tutti i battezzati sono chiamati alla missione, all’impegno di diffondere la fede ovunque vivono e operano, tanto più che anche le terre di antica cristianità sono divenute, a causa della scristianizzazione in atto, terra di missione. È la ‘nuova evangelizzazione’, cara a Giovanni Paolo II.
    Ma tra tutti i discepoli il Signore Gesù chiama alcuni, quelli che egli vuole, per averli con sé e per inviarli a predicare a quanti non lo conoscono perché non hanno avuto ancora l’annunzio del Vangelo.

5. La storia della Chiesa è illuminata dalla luce dei missionari che hanno risposto con generosità a questa speciale chiamata del Signore.
Fra questi risplende il più grande missionario delle genti dopo S. Paolo, del quale ha seguito le orme e lo stile rivivendone le avventure apostoliche. S. Francesco Saverio, gloria della Compagnia di Gesù per la cui fondazione, insieme con il beato Pierre Favre, ha dato la preziosa collaborazione a S. Ignazio di Lojola.
    Per celebrare il 450° anniversario della nascita al cielo di S. Ignazio di Lojola (morto a Roma il 31 luglio 1556) e il 500° della nascita alla terra di S. Francesco Saverio, nato a Javierr il 5 aprile 1506, e del Beato Pierre Favre nato in Savoia il 13 aprile dello stesso anno, la Compagnia di Gesù ha indetto un Anno Giubilare.
    Nel dare inizio a questo Anno Giubilare sono lieto di unirmi ai carissimi Padri Gesuiti di Palermo nel rendere grazie al Signore per aver dato alla Chiesa Santi così illustri che hanno dato origine alla Compagnia di Gesù che tanto onora la Chiesa. Ma mi si consenta di fermare la mia e la vostra attenzione soprattutto su S. Francesco Saverio, un apostolo così insigne, che s’impone non solo all’ammirazione ma soprattutto alla imitazione del suo spirito missionario, in un tempo in cui la Chiesa italiana è impegnata a riscoprire il volto missionario delle nostre comunità parrocchiali.
    E non è senza significato che nella preghiera colletta della Messa del Santo si chieda al Signore che ogni comunità cristiana arda del suo stesso fervore missionario perché su tutta la terra la Santa Chiesa si allieti di nuovi figli.
    Mi sembra di poter affermare che se S. Ignazio è il maestro del governo e dell’azione apostolica fondata sulla contemplazione e la preghiera a lode e gloria del Nome divino,se il Beato Pierre può essere ritenuto un precursore della nuova evangelizzazione, desideroso, com’era, di compiere il ministero di Cristo consolatore, nell’Europa invasa dall’eresia, S. Francesco è il modello dell’azione missionaria ad gentes. Sono questi i tre aspetti complementari dell’unica missione della Chiesa, come ha precisato Giovanni Paolo II nella Redemptoris missio. La Compagnia di Gesù, sin dal suo nascere, lo ha dimostrato.

6. Breve è stata la vita di S. Francesco Saverio, di appena 46 anni, ma intensissima. Un corpo piuttosto fragile e di modeste proporzioni racchiude una spiccata personalità, un carattere audace, un amore sacro alla verità.
    Laureatosi appena a 22 anni, nella famosa Università di Parigi, accarezza sogni ambiziosi di prestigio e di grandezza. Ma è colpito dall’esperienza e dalla parola di S. Ignazio di Lojola, e insieme col B. Pierre suo compagno di camera. I due influiscono moltissimo sul suo carattere e sui suoi ideali; gli Esercizi Spirituali capovolgono mentalità e aspirazioni. E nell’agosto del 1534 nella Cappella dei Martiri di Montmartre insieme con essi emette il voto di pellegrinare in Terra Santa e di consacrarsi alla vita apostolica in povertà e castità.
    Nel 1537 a Vicenza viene ordinato sacerdote. Nel 1539 entra nella Compagnia di Gesù. L’anno successivo viene destinato da S. Ignazio alle Indie. E nell’obbedienza, sale a Lisbona su una nave mercantile, sprovvisto di tutto, portando con sé il Breviario sotto il braccio, la corona del Rosario al fianco e il Crocifisso al petto.

7. Costituito dal Papa Paolo III Legato papale per tutte le terre situate ad Oriente dal Capo di Buona Speranza, giunge, dopo 13 mesi di traversata, in terre sconosciute, ma evangelizzate quindici secoli prima dagli apostoli Tommaso e Bartolomeo.
    Da Goa a Malacca, dalle Isole Molucche a quelle del Moro, dal Giappone alle Indie, Francesco Saverio è il missionario itinerante che sfida le difficoltà del viaggio, le insidie del mare, la prigionia, le persecuzioni dei pagani fino ad essere bastonato e lapidato, senza mai scoraggiarsi.
    La forza gli viene dal suo amore per Cristo e per il suo Vangelo, dal desiderio di operare unicamente per la gloria di Dio e per la santificazione delle anime. E per questo si dona tutto a tutti.
    Si dona ai bambini che, come egli scrive, ‘per avidità d’imparare i misteri della fede non gli lasciano agio né di riposarsi, né di prendere cibo, né di recitare il Breviario’.
    Si dona agli ammalati: li pulisce, li medica, li imbocca, li bacia, lava la loro biancheria e li seppellisce dopo morti.
    Si dona soprattutto alla conversione dei peccatori e degli infedeli con una carità pastorale indomabile che gli brucia nel suo cuore sacerdotale.
    Come Ignazio di Lojola e Pierre Favre, cura la propria santificazione per essere in grado di collaborare con Cristo nella santificazione degli altri. E per questo consuma la vita.
    Per poter meglio evangelizzare, con l’aiuto di interpreti traduce nella lingua indigena le principali preghiere e le verità fondamentali della fede, il catechismo e una breve vita di Gesù. Fonda scuole, chiese, piccoli ospedali. A Goa istituisce addirittura un collegio per la formazione dei sacerdoti, dei missionari e dei catechisti.

8. Il segreto di questa multiforma e inarrestabile azione missionaria è l’abbandono totale alla volontà di Dio, il quale, secondo l’intuizione ignaziana, fatica e opera per noi a somiglianza di uno che lavora. ‘Noi speriamo in Dio nostro Signore di andare a fare là buon frutto’, scriveva nel 1542.
    E Dio accompagna il suo servo fedele con prodigi e segni che favoriscono il suo impegno missionario, facendo di lui un grande taumaturgo.
    Non c’è allora da meravigliarsi se da quando si è spento nell’isola di Sancian il 2 dicembre 1552 il suo nome brilli nella Chiesa e nel mondo come un astro di vivissima luce. Dichiarato Beato da Paolo V il 25 ottobre 1619, fu iscritto nell’albo dei Santi da Gregorio XV il 16 marzo 1622 insieme con Ignazio di Lojola, S. Filippo Neri e S. Teresa d’Avila e nel 1927 da Pio XI proclamato patrono di tutte le missioni insieme con S. Teresa del Bambin Gesù.

9. Nella Lettera inviata ai Superiori maggiori il Superiore Generale P. Peter’Hans Konvelbach afferma che l’Anno giubilare dei tre fondatori è un invito a verificare e a intensificare la fedeltà alla chiamata del Signore che essi hanno sentito per primi e hanno seguito in un modo così creativo che continua a lanciare una sfida, a noi loro compagni del terzo millennio’.
    Ma io credo che essi lancino una sfida a tutta la Chiesa, alla nostra Chiesa di Palermo, perché ripartendo continuamente da Cristo, nella preghiera e nella contemplazione, possa prendere sempre più decisamente il largo verso gli orizzonti della santità e le antiche e nuove frontiere della missione in un mondo che cambia, che si allontana da Dio, ma che di lui ha sempre bisogno e da lui è sempre amato.
    Un anno giubilare di speranza: non solo per la Compagnia di Gesù, ma per tutti noi, sempre grati per la secolare presenza e la feconda azione religiosa, culturale, educativa, formativa e sociale dei Padri Gesuiti di ieri e di oggi nella nostra Arcidiocesi e nella nostra Regione. È un augurio che affido all’intercessione della Vergine Maria.