Arcidiocesi
di PALERMO

Giornata della Memoria delle Vittime della Violenza

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Cattedrale di Palermo
05-11-2008

   Fratelli e sorelle amati dal Signore ed a me carissimi!

    La ‘Giornata della memoria’ ci ha convocati qui in Cattedrale, per ricordare insieme le vittime della violenza, da qualunque parte essa arrivi, e di qualunque colore si dichiari.

    Qualsiasi violenza, da quella sottile che toglie la serenità ad una persona, a quella manifesta che inficia la dignità umana, fino a quella che si permette di togliere la vita, è un atto contro l’uomo e contro Dio e va fortemente condannata. Nessuno si può arrogare il diritto a ergersi a giudice della vita o della morte di chiunque. Questo è un diritto che spetta esclusivamente a Dio.

    La tentazione di sostituirsi a Dio, di credersi onnipotenti è molto forte oggi, ma se ci riflettiamo un istante, è molto facile decretare la vita o la morte di qualcuno, ma nessuno può protrarre la propria vita di neppure un minuto. Da questo semplice fatto si capisce che non ne siamo noi i padroni e che dobbiamo sottostare alla legge della natura che ha un suo corso voluto per il bene di ciascuno di noi.

    Questo momento, la Giornata della Memoria, è una opportunità privilegiata che il compianto Cardinale Salvatore Pappalardo ‘ il quale ha dovuto vivere momenti tragici nel suo ministero a Palermo ‘ ci ha lasciato per ricordare in particolare chi non si è lasciato intimidire dalle minacce e dalla prepotenza, ed ha percorso la sua strada fino in fondo, consapevole del rischio che correva. Questa giornata è stata indicata in modo molto autorevole e ‘ direi anche ‘ molto responsabile dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, quando è venuto lo scorso anno a visitarci, in occasione dei 60 anni della Regione.

    Chi ha dato la sua vita, ha pagato per questo il prezzo più caro che si possa chiedere. La propria vita è stata data per il bene di tutti. Forse, proprio dal sangue di queste vittime, che hanno sacrificato se stessi, ma anche l’affetto di coloro che gli erano cari, è iniziata la riscossa che in questo momento storico si inizia ad intravedere in particolare nel costituirsi di diverse associazioni in difesa della persona, e contro la violenza, in difesa della legalità e contro ogni forma di sopraffazione verso il prossimo.

    Carissimi fratelli e carissime sorelle,
    il salmo responsoriale che la liturgia di oggi propone a tutta la chiesa ci richiama alla verità della propria consistenza: Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza.

    Non sono gli uomini che dobbiamo temere, ma di allontanarci dall’amicizia con il Signore. Se siamo con lui, siamo saldi, come su una roccia, da dove nessuna tempesta, nessuna circostanza della vita, per quanto dolorosa, ci potrà porta portar via. Certo, direte voi, se il Signore è la difesa della vita, perché ha permesso tanti omicidi, perché permette tanto dolore, tanta sofferenza? Perché permette tanta disonestà, perché permette tanto approfittare per fini personali dei beni della società?

    Dio ha creato l’uomo libero perché vuole essere riconosciuto e amato da persone libere. Se avesse creato degli schiavi, lo avrebbero riconosciuto, sarebbero in un certo senso, costretti a riconoscerlo, ma non potrebbero amarlo liberamente. Ecco, Dio non ci costringe a nulla, vuole essere amato dagli uomini come lui li ama. Ma creare gli uomini liberi voleva dire correre il rischio che lo rinnegassero, che volessero porsi al suo posto. Ebbene, è un rischio che ha voluto correre.

    Lo vediamo ben espresso nella lettura della Genesi che abbiamo ascoltato. Dio crea l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ma comincia subito la competizione, la gelosia, l’essere l’uno contro l’altro già con Caino e Abele. Ma noi vediamo quali risvolti questo porta, a quali conseguenze di dolore e sofferenza ciò conduce. Da sempre, fin da Adamo ed Eva, l’uomo è stato tentato di sostituirsi a Dio, di farsi come Dio e sappiamo quali ne siano le conseguenze: l’uomo non solo non può farsi da solo, ma non può neanche darsi il senso per cui c’è, esiste. Da qui nasce l’autodistruzione che vediamo davanti ai nostri occhi quotidianamente: il rifugio nel sesso, nella droga, nell’alcol, nella brama del possesso delle cose e delle persone, con tutte le conseguenze di dolore e di sofferenza che ne derivano.

    Per questo nel Vangelo di oggi il Signore ci esorta a non voltare le spalle a chi ci domanda, ci sprona: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. E’ un invito al perdono, a non permettere che il male vinca nelle dinamiche dei rapporti, nella famiglia, nella scuola, nella società in cui viviamo. E’ un invito a ricordarci che tutti noi abbiamo bisogno di essere perdonati, di fare l’esperienza della misericordia. Tenendo presente questo, ci sarà più facile usare misericordia con chi riteniamo che ci abbia fatto un torto.

    Ma perché questo possa essere realtà, abbiamo bisogno di un cuore convertito. Rimbombano nelle valli di Agrigento e nei confini di questa Isola, gli accorati appelli di Giovanni Paolo II, che ha invitato alla conversione proprio chi era diventato strumento di violenza, seminando morte e approfittando della debolezza degli altri. Convertitevi! Ha gridato nelle valli di Agrigento e questa voce riecheggia ancora nelle strade delle nostre città. Abbiamo bisogno di conversione. Abbiamo bisogno di lasciare che il Signore tolga dal nostro essere il cuore di pietra e metta un cuore di carne.

    Se ognuno di noi ascoltasse nel proprio cuore il Signore che ci ha fatto consapevoli del bene e del male, se ognuno di noi fosse aiutato e sostenuto nel scegliere sempre il bene, la nostra società sarebbe migliore, non sarebbe prevaricata dalla violenza, ma sarebbe vinta dalla comunione fraterna, dalla solidarietà verso chi è in difficoltà.

    Questo, cari fratelli e sorelle, è il nostro compito, la nostra missione. Il Signore ci chiede di essere come fari, che illuminano tutto il mondo se non permettiamo che la violenza ci vinca, se affermiamo che il nostro valore non è negli errori che commettiamo ma nel fatto che siamo figli di Dio, amati e voluti continuamente dal Signore.

    Questa è la certezza che ha permesso a tante persone, vittime di violenza, di perseverare e di vincere la battaglia in questo mondo. Perché vedete, non si vince solo se si sconfigge il male, ma si vince in ogni istante in cui non permettiamo che il male ci prevarichi, dilaghi, diventi più potente. In questo senso si può dire che tutte le vittime della violenza hanno vinto, hanno permesso che il male venisse allo scoperto e quindi perdesse un po’ della sua forza, oscura e tenebrosa.

    Per questo motivo è importantissimo che non viviamo da soli le difficoltà che incontriamo, ma che ci uniamo insieme, non semplicisticamente perché come recita un famoso detto ‘l’unione fa la forza’, ma perché insieme si possono raggiungere obiettivi e scopi che il singolo non può oggettivamente affrontare. Per questo sono di vitale importanza tutte le associazioni che hanno come scopo il raggiungimento di un bene comune, che ogni singolo membro non potrebbe raggiungere da solo. Questo è a vantaggio di tutti, è il lavoro nascosto di persone sconosciute e di piccole associazioni che cercano di resistere al male e di formare le coscienze, e così sostengono il lavoro e la responsabilità di chi ha assunto servizi verso la Nazione.

    Noi siamo particolarmente grati alle Forze dell’Ordine, che ci permettono di vivere nella sicurezza delle persone e delle cose. Noi siamo vicini a quanti si impegnano nella promozione del bene comune, che è il bene dei singoli. E’ solo nella promozione del bene comune si scava un fossato attorno alla delinquenza, si mettono allo scoperto le difficoltà che travagliano e insanguinano la nostra società.

    Ognuno di noi deve potersi dire: da solo dove vado? Ho le forze per affrontare le circostanze che ho di fronte? E’ meglio per me e per tutti che non concepisca me stesso e la mia esistenza come un’isola, ma accetti di camminare insieme agli altri perché questa è la forza, questa è la possibilità di combattere realmente il male e la violenza. Per questo dobbiamo costruire una coscienza di responsabilità comunitaria.

    Cari Fratelli e sorelle,
    la Giornata della memoria, allora ci permette di ricordarci che c’è un modo di vivere la vita che non è rassegnazione, che non è cedere al sopruso, ma al contrario, acquistando coscienza del proprio valore umano ci aiuta a riscoprire chi siamo realmente, e ad affrontare le circostanze della vita certi che di fronte ad esse, come di fronte alle prove ed alle difficoltà, non siamo da soli. La violenza non cederà il passo così facilmente! Certo, è stato fatto un lungo cammino, ed oggi vediamo che non è stato conveniente attaccare lo Stato nelle sue Istituzioni. Certo, vediamo tanti segni di speranza nelle denunzie contro il racket e contro il pizzo. Certo vediamo mobilitazioni di gente che anela alla legalità, ma resta un lungo cammino da fare. La violenza non cederà il passo così facilmente, anche perché veste gli abiti subdoli del nascondimento, ma non demorde.

    Occorre quindi avere il coraggio di lottare perché prevalga il bene, perché ci sia un futuro migliore per le nuove generazioni, perché non vinca il più forte a discapito del più indifeso, come invece succede purtroppo ancora molto spesso.

    Siamo dunque grati al compianto Cardinale Salvatore Pappalardo ed al caro Presidente della Repubblica Napoletano, che hanno insistito lasciandoci questa possibilità di fare memoria di chi ci è stato di esempio, di chi dobbiamo ricordare per aver speso la propria vita affinchè noi potessimo vivere in una società non determinata solo dal male.

    Gli uomini di solito cercano di dimenticare gli eventi dolorosi, ma non possiamo permettercelo, perché faremmo il gioco di chi ha ucciso, di chi ha strappato le persone agli affetti cari, di chi si crede dio e giudice del valore della vita umana. Sarebbe tradire la consegna di queste vite offerte per la crescita della nostra società, per risanarla dai mali che la travagliano.

    Chiediamo al Signore in questa giornata che il sangue che è stato versato attraverso il sacrificio di molte vite umane non sia da noi relegato ad un vago sentimento che riguardi il passato, ma sia un seme che non smetta mai di portare il suo frutto per il bene nostro, della nostra città di Palermo, della nostra cara Arcidiocesi e di tutta la Sicilia. Cristo, lui stesso vittima della violenza umana, consoli coloro che sono nel pianto, nello sconforto e nella tristezza e cambi il cuore, convertendolo, di coloro che fanno il male pensando di agire bene.
    E così sia.