Arcidiocesi
di PALERMO

Festa della Presentazione di Gesù al Tempio

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Chiesa Cattedrale
02-02-2009

1. Nell’odierna Festa della Presentazione del Signore, siamo convenuti in chiesa in processione, recando in mano un cero benedetto. È una festa di luce che si pone tra il luminoso Natale di Cristo e il radioso mattino della sua Risurrezione. E il nostro venire processionalmente ha significato l’andare come popolo incontro a Cristo, vera luce che illumina le profondità di ogni uomo e rivela le altezze del disegno di Dio su di lui.
    Tale festa è conosciuta anche ‘ soprattutto nella tradizione orientale ‘ col nome di Hypapante, letteralmente ‘Incontro’. Tale denominazione si riferisce all’incontro storico del piccolo Gesù con il vecchio Simeone e la profetessa Anna, in occasione della presentazione del bambino da parte dei genitori che lo offrono secondo la Legge del Signore.
    I due personaggi di cui ci parla l’evangelista Luca sembrano aver atteso da tanto tempo proprio questo incontro. Lo hanno intravisto nelle profezie. Lo hanno desiderato nel cuore. Lo hanno raggiunto secondo la volontà di Dio. E per questo entrambi prorompono nella lode che scaturisce dalla sua pienezza.
    Servendo per anni e fedelmente il Signore nel Tempio, quasi come a cercarne la gioia dell’intimità con lui, ottengono di tenerlo fra le braccia, e coronare il loro servizio con la ragione della loro più profonda speranza.

    2. Ma Simeone e Anna stanno a significare ben più che due pii israeliti a cui è elargito il dono di vedere Dio. La loro età avanzata sembra quasi dire un’attesa forte e profonda che tutta la storia d’Israele ha nutrito nei confronti del Messia. Per questo la Festa della Presentazione al Tempio, oltre che a far riferimento all’incontro storico di Gesù con i due anziani, dice di un incontro più profondo, quello salvifico e decisivo, fra Dio e il popolo che lo attendeva.
    Simeone, nel cantico del Nunc dimittis, a noi tanto familiare, si rivolge a Dio e proclama: «I miei occhi hanno visto la salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli» (cf. Lc 2, 30-31). Gesù Cristo è la salvezza preparata da Dio negli antichi profeti.
    Il profeta Malachia aveva addirittura predetto che il Signore stesso sarebbe entrato nel Tempio: «Entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate» (cf. Ml 3,1). E il Signore entra davvero, a compimento delle promesse. È certo ‘ lo abbiamo cantato nel salmo responsoriale ‘ «il re della gloria, il Signore forte e valoroso, il Signore valoroso in battaglia, il Signore degli eserciti», ma entra nel suo Tempio, come bambino offerto da due giovani sposi, nell’umiltà della condizione umana che egli viene a sposare.
    Entra per essere offerto. E comincia ad offrirsi al Padre e a noi uomini nella sua fragile umanità, nella quale tutti gli siamo diventati fratelli. Ce lo ha ricordato la lettera agli Ebrei: «Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe’ proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (cf. Eb 2, 14.18).
    E in questa umanità egli incontra gli uomini di tutti tempi e di tutti i luoghi. La salvezza giunge al suo pieno compimento. Dio visita il suo popolo e la sua vita dona pieno senso all’esistenza di ogni essere umano.

3. A ben guardare questa festa, ci fa riflettere sul fatto che l’incontro di salvezza fra Dio e il suo popolo non si è mai concluso, non si è esaurito. In Cristo Dio continua a visitare tutta l’umanità, facendoci sentire un abbraccio che va oltre il tempo e lo spazio. Così l’offerta della sua vita si rinnova a favore degli uomini, e ciò avviene nel grembo della Madre Chiesa che continua a generare figli e figlie fecondata proprio da quell’unico sacrificio.
    Oggi, Giornata per la Vita Consacrata, mi è caro partire proprio da questa considerazione. Se è vero che l’incontro tra Dio e il suo popolo non è mai finito, mi pare che nei nostri tempi, una parte rilevante della visibilità di questo incontro è affidata anche alla vostra risposta generosa, alla vostra sequela responsabile, cari religiosi e religiose, che ‘ come ogni anno ‘ partecipate così calorosamente a questa celebrazione, riuniti attorno al vostro Vescovo.
Simeone ed Anna, figure dell’attesa e protagonisti dell’incontro, sono i rappresentanti dell’Israele che riceve la salvezza. Questa salvezza essi la stringono fra le braccia, perché è la divinità di Dio incarnatasi nell’umanità e nella storia. Allo stesso modo, gli uomini e le donne del nostro tempo, che ricercano, attendono, portando nel cuore ansie ed inquietudini, potranno incontrare l’amore di Dio incontrando quel Cristo che voi consacrati e consacrate siete chiamati a riproporre nella vostra vita, umanità fecondata dell’esperienza dell’amore divino.
    Una vita ‘ come afferma il compianto papa Giovanni Paolo II nell’esortazione post-sinodale Vita consecrata ‘ che dovrà essere pienamente ‘cristiforme’: «Attraverso la professione dei consigli, infatti, ‘ scrive il Papa ‘ il consacrato non solo fa di Cristo il senso della propria vita, ma si preoccupa di riprodurre in sé, per quanto possibile, la forma di vita, che il Figlio di Dio prese quando venne nel mondo» (VC 16).
    Cari religiosi e religiose! Questa sfida è come lanciata dall’urgenza del tempo che stiamo vivendo. Portare il Cristo nelle nostra esperienza di speciale consacrazione, riportarci continuamente a lui per rendere credibile la nostra fede, e per trasmetterla alle generazioni future come fede viva ed esperienza efficace e trasformante. Divenire anche noi davvero ‘Luce per illuminare le genti’!

    4. Nell’orazione colletta di stasera abbiamo chiesto al Signore: ‘concedi anche a noi di essere presentati a te pienamente rinnovati nello spirito’. Credo che il richiamo a ritrovarci illuminati e rinnovati interiormente per andare incontro al Signore ci interpelli particolarmente in questa Giornata per la Vita Consacrata.
    Per questo con voi intendo riflettere stasera su tre percorsi che, partendo da queste esigenze, strutturano la nostra capacità di plasmarci e riplasmarci, modellandoci sulla vita luminosa di Cristo, per essere strumenti di incontro fra Dio e l’umanità.

    i) Il primo percorso è una crescita sempre più attenta e perseverante nella dimensione dell’ascolto.
    La vita consacrata esige di esprimere la prossimità con il Signore che ci ha chiamati, e, in questa prossimità, sta un’amorevole presenza che guida ogni nostro passo.
    Una dedizione sempre più piena all’ascolto, alla maniera di Simeone ed Anna nel Tempio, luogo sacro della presenza di Dio. Il desiderio di affinare sempre più le capacità di captare interiormente i movimenti della volontà di Dio e, insieme, leggere i segni dei tempi.

    Afferma sempre Vita consecrata: «Sia nella vita religiosa contemplativa che in quella apostolica sono sempre stati uomini e donne di preghiera a realizzare, quali autentici interpreti ed esecutori della volontà di Dio, opere grandi. Dalla frequentazione della Parola di Dio essi hanno tratto la luce necessaria per quel discernimento individuale e comunitario che li ha aiutati a cercare nei segni dei tempi le vie del Signore. Essi hanno così acquisito una sorta di istinto soprannaturale , che ha loro permesso di non conformarsi alla mentalità del secolo, ma di rinnovare la propria mente, ‘per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto’ (Rm 12, 2)» (VC 94).

    Affinare la capacità di ascolto è rendersi familiare con la Parola di Dio, nella meditazione quotidiana, nello studio e nella formazione personale e comunitaria. Ciò servirà a farsi strumenti sempre più docili per il progetto d’amore che il Signore ci chiama a compiere.

    ii) Il secondo percorso che non può mai essere relativizzato o dato per scontato è l’impegno per una solida e profonda vita spirituale.
    Si tratta della linfa stessa della vita religiosa, che è frequentazione costante dello Spirito Santo, attraverso la scansione degli orari o degli impegni, nel proprium delle regole o delle costituzioni, nella preghiera della Liturgia delle Ore e nell’Eucaristia.

    Così afferma Giovanni Paolo II: «Tendere alla santità: ecco in sintesi il programma di ogni vita consacrata. [‘] La vita spirituale dev’essere dunque al primo posto nel programma delle Famiglie di vita consacrata, in modo che ogni Istituto e ogni comunità si presentino come scuole di vera spiritualità evangelica. Da questa opzione prioritaria, sviluppata nell’impegno personale e comunitario, dipendono la fecondità apostolica, la generosità nell’amore per i poveri, la stessa attrattiva vocazionale sulle nuove generazioni. E’ proprio la qualità spirituale della vita consacrata che può scuotere le persone del nostro tempo, anch’esse assetate di valori assoluti, trasformandosi così in affascinante testimonianza’ (VC 93).

    Il mondo ha bisogno di autentica santità. Sia essa visibile nella testimonianza apostolica, sia essa nascosta nella clausura o nella vita ordinaria.

    iii) Il terzo punto sul quale richiamare l’attenzione è il rinnovo dello slancio missionario.
    La vita religiosa può certamente dire molto già nella quotidianità dell’incontro con gli uomini e le donne del nostro tempo.

È sempre Vita consecrata che afferma: «Il contributo specifico di consacrati e consacrate alla evangelizzazione sta innanzitutto nella testimonianza di una vita totalmente donata a Dio e ai fratelli, a imitazione del Salvatore che, per amore dell’uomo, si è fatto servo» (VC 76).

    La profezia dello stato di vita consacrata indica di per sé un motivo alto per il quale dedicare l’intera esistenza donandola in modo radicale. Essa può far sorgere l’interrogativo nella gente comune, che riconosce ‘ in qualche modo ‘ un segno della presenza di Dio.
    Più ancora, la vostra consacrazione, care religiose e cari religiosi, è intimamente collegata con la missionarietà della Chiesa. Nella vostra chiamata è quindi compresa la necessità della dedizione totale alla missione. È la vostra stessa consacrazione che fa scaturire ‘ come dono dello Spirito ‘ la missione, secondo il carisma proprio di ogni fondazione.
    Giovanni Paolo II lo afferma: «Si deve dunque affermare che la missione è essenziale per ogni Istituto, non solo in quelli di vita apostolica attiva, ma anche in quelli di vita contemplativa» (VC 72). Essa si prolunga e si slancia verso un apostolato fecondo, che sia un contributo alla nuova evangelizzazione. Tanti sono gli esempi di religiosi e religiose che, nell’intento di annunciare il Vangelo a popolazioni lontane anche promuovendone le condizioni umane, rischiano la loro stessa vita sulla scorta di quanti hanno già dato la prova suprema del sacrificio.
    Una nuova apertura di mente e di cuore sulla missione vi è richiesta. Nell’ambito del sentire ecclesiale, tenendo conto anche dell’inserimento nelle realtà della nostra Arcidiocesi, ma, soprattutto, mettendo a frutto il carisma proprio di ognuna delle congregazioni o degli istituti, suscitato da Dio per far fronte a specifiche esigenze, o dare specifiche testimonianze.

    5. Carissime religiose e cari religiosi! Andare incontro al Signore come abbiamo fatto fisicamente all’inizio di questa celebrazione è metafora di tutta la vostra vita, che cerca e ricerca il volto di Dio, sempre nella consapevolezza di essere segnati pesantemente dall’esperienza del peccato, dunque bisognosi di conversione.
    La Parola di Dio ci sprona alla fiducia. Non in noi, ma in colui che è fedele e ha promesso sulla sua fedeltà. Senza questa promessa, che per ogni nostra consacrazione è fondamentale premessa, rimarremmo schiacciati dalla nostra incapacità di corrispondere all’amore gratuito di Dio che chiama.
    Ci consola il fatto che la Vergine Maria è con noi. Lei che ha portato in grembo la santa umanità del Verbo e ha presentato il Bambino per l’incontro col suo popolo nel Tempio di Gerusalemme, possa intercedere perché tutta la nostra vita si faccia incontro e possibilità di incontro di Dio, e perché la nostra umanità sia continuamente toccata e ricreata dal Cristo a cui oggi rinnoviamo fiduciosamente i nostri propositi di fedeltà.