Arcidiocesi
di PALERMO

Domenica delle Palme

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attedrale di Palermo
09-04-2006

1. Il migliore commento al racconto della Passione del Signore, offertoci dall’evangelista Marco, è il silenzio, che ci consenta di contemplare il mistero per confrontare con esso la nostra vita.
    Mi limito solo a suggerire il punto di partenza di questo confronto che, mi auguro, ci accompagnerà per tutta la Settimana Santa, che oggi ha inizio e si concluderà col Triduo Pasquale, vertice dell’Anno Liturgico.
    Il punto di partenza è l’apparente contrasto fra il rito della commemorazione gioiosa dell’ingresso del Signore a Gerusalemme tra gli osanna del popolo, che canta: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’, e le letture e i canti della Liturgia della Parola che stiamo celebrando, soffusi di dolore e di mestizia.
    È un contrasto apparente, che ci aiuta a comprendere e a coinvolgerci in questo duplice mistero, o meglio nei due aspetti concomitanti e complementari di un unico mistero: quello sofferente e glorificato del Figlio di Dio. Gesù, ci ha ricordato S. Paolo nella seconda lettura, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, umiliando se stesso fino alla morte di Croce. Ma proprio per questo, Dio lo ha esaltato facendo conoscere al mondo la sua divinità con la risurrezione. È questa la via della Croce, che Gesù ci ha indicato come la via regale della salvezza.

2. Nella commemorazione dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme noi lo abbiamo riconosciuto come il nostro Re, come il Re universale dell’umanità. Attraverso le letture bibliche abbiamo compreso il significato della sua Regalità.
    Regalità che si è manifestata paradossalmente e pienamente sul patibolo della Croce, come espressione della sua divinità.
    Ed è significativo che questa sia stata riconosciuta per primo dal centurione pagano che, vedendo Gesù morire in quel modo, esclama: ‘Veramente quest’uomo era Figlio di Dio’. È questa l’esigente affermazione della nostra fede che oggi siamo chiamati a rinnovare.
    Riconoscere la regalità e la divinità di Gesù, significa accogliere, riconoscere, mettere in pratica il suo messaggio nelle scelte fondamentali della nostra vita, senza lasciarci ingannare, sedurre e plagiare dai falsi messaggi in contrasto col suo Vangelo.
Come abbiamo pregato nell’orazione colletta, Gesù, il figlio di Dio, fatto uomo e umiliato sino alla morte di croce, è l’unico nostro modello di vita, per cui dobbiamo sempre tener presente il grande insegnamento della sua passione, per partecipare alla gloria della risurrezione, traguardo finale ed eterno della nostra esistenza terrena.
    L’insegnamento della passione è l’insegnamento dell’amore con cui Gesù si è donato e si dona a noi, nonostante le incorrispondenze dei nostri peccati, che prolungano il tradimento di Giuda, l’abbandono degli apostoli, l’ingiustizia del Sinedrio, il rinnegamento di Pietro, la viltà di Pilato, l’odio delle folle.
Nei vari personaggi della passione ognuno di noi può riconoscere se stesso. Ma Gesù è sempre pronto a perdonarci, se a somiglianza di Pietro e a differenza di Giuda, col cuore contrito ci affidiamo a lui, che ci attende, soprattutto in questi giorni, nel sacramento della Penitenza, per donarci il perdono e la pace.
    Egli, infatti, per nostro amore, non solo ha preso su di sè i nostri peccati, ma ha voluto anche esperimentare le più terribili sofferenze materiali, spirituali e morali dell’umanità, per darci la certezza che, quando siamo nel crogiuolo della sofferenza, non restiamo soli, perché lui è accanto a noi, sofferente e glorificato per noi.
    È accanto a noi soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia, che egli ha istituito nella notte della sua passione, per farci rivivere, come in questo momento, il mistero della sua morte coronata dalla risurrezione. È così che desta, ridesta e accresce in noi la speranza che non delude.
‘Con la sua morte lavò le nostre colpe e con la sua risurrezione ci acquistò la salvezza’, canta oggi la liturgia del Prefazio, mentre nella preghiera finale ci rivolgerà il più autentico augurio pasquale: ‘Fa’ che per la sua risurrezione possiamo giungere alla meta della nostra speranza’. Amen.