Arcidiocesi
di PALERMO

Domenica delle Palme

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17-04-2011

    1. Proclamare la Parola di Dio nell’assemblea liturgica non è mai soltanto e semplicemente ‘leggere’. ‘Proclamare’ dice di più. Dice che mentre si legge la Scrittura, essa viene offerta, rivolta a noi che la ascoltiamo. Pro-clamare’ Si legge la Parola per ‘chiamare’ ad ascoltare il suo annuncio di salvezza, un annuncio che continua ad interpellare l’uomo.
    Se questo è vero sempre, in qualsiasi assemblea liturgica, nella Domenica delle Palme, con la solenne proclamazione della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo ci viene rivolta quella Parola che è per eccellenza il mistero della salvezza, ossia la Passione e la Morte di Gesù, la sua offerta totale e generosa ‘pro nobis et propter nostram salutem’ ‘ ‘per noi e per la nostra salvezza‘.
    In questa mattina fa da sfondo esaltante e plastico l’accoglienza festosa di Gesù a Gerusalemme, la sua acclamazione come re e profeta, i rami di palma e di ulivo che abbiamo innalzato rievocando l’ingresso con la nostra processione in chiesa. Ma nella stessa celebrazione ci viene come consegnato il triste epilogo della pasqua gerosolimitana: entriamo già nella vicenda della Passione di Gesù. Essa ci riguarda! È proprio per noi! Ci è stata pro-clamata! È rivolta ancora oggi alla nostra vita! La interpella alla luce del dono d’amore che Cristo fa sulla Croce!

    2. Nella Passione di Gesù, infatti, l’Amore di Dio corre parallelo sul binario dell’ingiustizia, del dolore, del peccato. Quello stesso che il profeta Isaia ci ha annunciato: ‘Non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi‘.
    Nella Passione c’è il tradimento di Giuda, che attende il momento propizio per consegnare Gesù ai capi dei sacerdoti, e c’è la consegna del Maestro ai Dodici: Questo è il mio corpo’ Questo è il mio sangue’
    C’è l’eccesso della crudeltà bieca e spietata di chi condanna, e c’è l’eccesso di Amore di Gesù che si offre volontariamente alla morte e che perdona fino alla fine.
    Ci sono le vesti stracciate del sommo sacerdote che si accende d’ira per la bestemmia di chi vuole farsi come Dio, e ci sono le vesti che Gesù depone perché è realmente Figlio di Dio.
    C’è la solitudine di Gesù che si ritrova abbandonato dai suoi che erano più vicini, e c’è la moltitudine immensa della famiglia umana che, dalla Croce, viene redenta e salvata.
    Non è lontana, questa Passione, dalla nostra vita! Non è lontana dalle contraddizioni che essa porta in sé! Non è lontana dalla misteriosa unione di bene e di male sulla quale inciampiamo ogni giorno.
    La Passione di Gesù sposa il cammino dell’uomo, dell’uomo di tutti i giorni, dell’uomo che fa fatica a sopravvivere in mezzo alle ingiustizie, al dolore, al peccato. Con la sua Passione Gesù ha voluto essere vicino al cammino di ognuno di noi. Con la sua sofferenza ha voluto abbracciare la sofferenza di tutti, nessuno escluso, e l’ha voluta condividere fino all’estremo: ‘fino alla morte e alla morte di croce‘.

    3. Cosa cambia per noi? Il dolore non è stato certo cancellato: soffriamo ancora, perché la sofferenza è parte della nostra natura umana, così piena di limiti e di fragilità. Nella sua vita terrena, Gesù ha, in realtà, agito poche volte per guarire, e non ha guarito tutti. Nemmeno oggi possiamo pensare che egli lo faccia. No! Anzi, pensare ad un Dio che si muove al comando dei desideri dell’uomo è crearsi un’immagine errata di lui, soggetta ad inevitabili delusioni.
    Gesù non è venuto a cancellare il dolore. È venuto a dare un senso al dolore. Il dolore può essere sterile, può farci dannare, può farci ripiegare su noi stessi. Può schiacciarci sotto il suo peso, fino a farci cadere senza pietà. Oppure può essere salvifico, può divenire occasione di salvezza, per se stessi e per gli altri.
    La salvezza può essere per me, che sono invitato nella fede a guardare all’eternità. La vita eterna, il Paradiso che si apre al ladrone pentito mi dice che c’è qualcosa che mi viene offerto gratuitamente e che va ben oltre la croce che io sto vivendo, anche se questa mi sembra la più pesante, perché sono proprio io a viverla. Lo sguardo sull’eternità, l’orizzonte del Paradiso può nutrire il mio cuore di speranza. Può far sì che nella stanchezza del dolore io guardi al premio della vita eterna.
    E la salvezza può essere anche per i miei fratelli, perché il mio dolore unito all’amore ‘ quello stesso di Cristo ‘ mette in circolo la grazia. Forse l’offerta della mia croce sarà l’obolo della vedova, ma è tutto quello che posso mettere dinanzi a Dio con generosità. Nella fede posso essere certo che esso serve per completare in me ciò che manca al sacrificio di Gesù. L’amore con cui egli si è donato sulla Croce va come completato nella mia vita di ogni giorno, con le mie piccole e grandi sofferenze, ma mai in modo autonomo, sempre con fiducia e gioia in Dio.
    Questa Passione, questa Croce, questa Morte sono segni di apparente sconfitta per l’uomo, ma si rivelano come estremi gesti di misericordia di Dio. È l’occasione che ti si apre davanti. Quando tutto ti sembra un fallimento, quando capisci che da solo non puoi darti premio e castigo, né da te e dalle tue sconfitte può venirne salvezza, ecco la proposta di Cristo: perdere la vita per poi ritrovarla. Come puoi ignorare il suo invito?

    4.Gesù gridò a gran voce ed emise lo spirito‘. Si compie l’amore di Dio cantato nella storia della salvezza. Ora questo amore ha un linguaggio strano, difficile, ma è a disposizione proprio di tutti: la Croce. L’Osanna con cui questa Domenica ricordiamo l’acclamazione di Gerusalemme al Re che entra sul puledro, dice poco di Gesù. E dice poco anche di noi. Prima o poi, capiamo che la vita non è continuo consenso, che non segue sempre le logiche del successo. Il successo dice davvero poco dell’identità di Gesù. Quell’acclamazione all’ingresso di Gerusalemme, anzi, non rivela nulla. Per questo Dio non ci ha salvati con il successo.
    ‘Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: ‘Chi è costui?’.‘ La domanda che la città si pone troverà risposta solo alla morte di Gesù: ‘Davvero costui era figlio di Dio!‘. Gesù si è rivelato come quel Dio in grado di donare la Vita eterna e la felicità che comincia fin da adesso, ma attraverso quell’unica moneta di scambio che tutti possiamo ritrovarci nelle tasche dell’esistenza: la Croce.
    In questo strano linguaggio dell’amore possiamo scegliere di ritrovarci e di sperimentare la promessa di Gesù. Non esitiamo ad accogliere la provocazione dell’amore! L’amore o è crocifisso o non è amore! O si dona fino al sacrificio o non è autentico’ O ti fa uscire da te stesso, anche dal guscio che potresti crearti nella e con la tua sofferenza, o non è fecondo. Chiediti oggi, ed ancora, ed ogni giorno: quante volte il chicco di grano dovrà ancora morire in terra per portare frutto? Quante volte ancora bisognerà che ti ‘svuoti’ come il Figlio di Dio, per lasciarti riempire dal Padre?
    Solo questo amore crocifisso è la strada per la salvezza. Altre potranno essere le strade per la felicità, il godimento, la gioia momentanea. Ma Dio punta in alto! Ci vuole salvi! Ci vuole liberi dal peccato e dalla morte, capaci di guardare con fiducia e speranza in avanti, verso la luce dell’eternità che egli è venuto ad anticipare in Cristo.

    5. L’uomo non può ‘ da solo ‘ qualificare, accogliere, persino amare il dolore. Cosa dovrebbe farsene? Se fosse per lui certo se ne allontanerebbe’
    È lì che si compie e si rivela l’azione di Dio. Ciò che è inutile per l’uomo, impossibile da accogliere, da vivere, da amare, diviene l’unico strumento, l’unica via per la salvezza e la gloria. Umanamente croce e gloria si contraddicono. E la croce è soltanto una sconfitta. Nel disegno di Dio, invece, la Croce di Cristo è la nostra gloria. Solo perché egli l’ha abbracciata, l’ha portata, è caduto sotto il suo peso, vi è stato inchiodato, da lì ha perdonato, ha gridato al Padre e ha consegnato lo Spirito.
    L’autore della lettera agli Ebrei ci inviterà allora senza esitazione: ‘Accostiamoci con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia‘ (Eb 4,16). Siamo chiamati ad accostarci al luogo della misericordia, alla Croce di Cristo. Siamo invitati a rimanere lì a comprendere e contemplare l’infinita compassione di Dio, e ad invocarla su noi e su ogni creatura. Ai piedi di questo trono è deposto tutto il dolore e la morte dell’uomo che Cristo, Uomo e Dio, ha preso su di sé. A questo trono siamo chiamati ad accostarci pieni di speranza: perché è il trono della infinita gratuità di Dio, il luogo in cui il nostro dolore e la nostra morte assumono una nuova luce, in cui diventano fonte di vita.
    E mentre ci accostiamo a questo trono che rende estremo il dono dell’amore che seguiremo passo passo nella liturgia di questa Settimana Santa, già fin da oggi confessiamo la nostra fede con le stupende parole della liturgia bizantina: ‘Tu sei il Dio vivente, anche se morto sul legno, o morto e nudo e Verbo del Dio vivente! Aprì le porte chiuse il ladro, con la chiave del ricordati di me! Per la tua straordinaria ed infinita misericordia verso di noi, o Cristo Dio, abbi pietà di noi!’.