Arcidiocesi
di PALERMO

Centenario della nascita del Servo di Dio Mons. Agostino Castrillo Vescovo di San Marco Argentano e Bisignano

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Pietravairano (CE)
18-02-2004

Chi teme il Signore abiterà nella sua casa.

Venerati confratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
Onorevoli Autorità,
Sorelle e fratelli amati dal Signore.

1. Nel ritornello del salmo responsoriale abbiamo ripetuto un’affermazione di fede di speranza, consolante e stimolante insieme, come sintesi di tutta la vita religiosa e morale del cristiano.
Traduce la risposta che il salmista ha dato alla domanda posta al Signore: ‘Chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sul tuo santo monte?’ E’ la risposta della santità: ‘Colui che cammina senza colpa; agisce con giustizia e parla lealmente’. Questo significa chi teme il Signore.
La condizione, come ci ha ricordato S. Giacomo nella prima lettura, è accogliere con docilità la parola di Dio che è stata seminata in noi e metterla in pratica.
Ascoltare la parola di Dio senza metterla in pratica è una pericolosa illusione, che induce alla insignificanza e alla sterilità della vita cristiana.
Al contrario, ascoltare la parola di Dio e metterla in pratica è espressione concreta di fedeltà e fonte di autentica felicità. E’ la via sicura verso la santità, ‘questa misura alta della vita cristiana ordinaria’alla quale tutti siamo chiamati.

2. La parola di Dio è Gesù, la ‘luce’ vera che splende nelle tenebre e illumina la vita dell’uomo, facendogli vedere ciò che è, donde viene e dove va: la sua origine, la sua vocazione, il suo destino.
E’ questo il messaggio che ci giunge dalla narrazione evangelica della guarigione del cieco di Betsaida da parte di Gesù, con chiaro riferimento al Battesimo, il sacramento della illuminazione. Il cristiano, aprendo gli occhi a Cristo, luce del mondo, diventa anche lui luce del mondo.
Luce del mondo è ogni battezzato, perché chiamato ad annunziare con coraggio e a testimoniare con coerenza il Vangelo, ovunque e sempre, in tutte le età e nelle ordinarie condizioni della vita. ‘Voi siete la luce del mondo’, ha detto Gesù. ‘Non può restare nascosta una città collocata sul monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa’ (Mt 5,14-15).
Luce del mondo sono chiamati ad essere in modo particolare i membri della vita consacrata, perché, come scrive il Papa nella esortazione apostolica ‘Vita Consecrata’, essi fanno ‘un’esperienza singolare della luce che promana dal Verbo Incarnato’ (n. 15), attraverso l’adesione conformativa a lui di tutta l’esistenza, per additarlo come ‘il traguardo finale a cui tutto tende, lo splendore di fronte al quale ogni altra luce impallidisce, l’infinita bellezza che sola può appagare totalmente il cuore dell’uomo’ (ib., n.16).
Luce del mondo dobbiamo essere soprattutto noi Vescovi e Presbiteri, come icone sacramentali di Cristo capo e pastore della Chiesa, come i suoi primi discepoli che restano sempre alla sua scuola per essere maestri della fede, araldi della parola, ministri e custodi della verità, da annunziare con fermezza e dolcezza e da testimoniare con l’esemplarità della vita, costantemente conformata a quella del Signore, che ci ha chiamati, consacrati e mandati.

3. In questa splendida vocazione ed esigente missione di ‘luce’ mi piace leggere la vita e il ministero del servo di Dio, Mons. Agostino Ernesto Castrillo, a cento anni dalla sua nascita.
Ho accolto volentieri l’invito rivoltomi dal vostro carissimo Vescovo, S.E. Mons. Francesco Tommasiello, che ringrazio di cuore, a celebrare con voi l’Eucaristia in rendimento di grazie al Signore per aver fatto nascere qui, a Pietravairano, cento anni fa come oggi, da Raffaele e Concetta Melenghi, terzo di undici figli, il suo servo fedele, che come cristiano, come religioso, come presbitero, come vescovo, ha irradiato la luce di Cristo, onorando la Chiesa Cattolica, il Collegio episcopale e l’Ordine dei Frati Minori.
Sono lieto che, insieme col Vescovo diocesano, concelebrino S.E. Mons. Francesco Pio Tamburrino, Arcivescovo Metropolita di Foggia-Bovino, la Chiesa tanto cara al Servo di Dio, il Vescovo di Avellino S.E. Mons. Antonio Forte, confratello del servo di Dio che ha avuto la grazia di conoscerlo personalmente, il Vescovo di Alife-Caiazzo S.E. Mons. Pietro Farina, il Vescovo di S. Marco Argentano-Scalea S.E. Mons. Domenico Crusco con il suo venerato predecessore S.E. Mons. Augusto Lauro, e il Ministro Provinciale dei Frati Minori di Puglia e Molise, P. Donato Sardella: tutti saluto con fraterno affetto.

4. Personalmente non ho avuto la fortuna di conoscere il Servo di Dio. Ma quando, nel 1981, nominato arcivescovo di Foggia, vidi per la prima volta la sua foto nella Parrocchia di Gesù e Maria, rimasi colpito dalla luminosità di un volto che sembrava irradiare la luce di Cristo, come quello di Mosé la luce dell’Altissimo.
Negli anni indimenticabili del mio ministero pastorale a Foggia, a Bovino e a Troia ho avuto modo di notare come la sua memoria resti viva e in benedizione in quanti lo hanno conosciuto, stimato e amato. E fui felice di presenziare il 5 maggio 1985, nella Cattedrale di S. Marco Argentano, all’apertura della inchiesta diocesana per il processo di canonizzazione conclusa cinque anni fa. E più felice fui quando l’anno successivo nella Chiesa di Gesù e Maria, detti personalmente inizio alla inchiesta rogatoriale.
Mi si consenta di aggiungere qualche particolare, oltre il legame sacramentale dell’Ordine Episcopale, che mi fa sentire più vicino al Servo di Dio. Mons. Castrillo ha studiato nel Seminario Regionale di Molfetta nel quale anch’io sono stato formato; è stato ordinato Vescovo dal servo di Dio Mons. Fortunato Farina, mio grande predecessore nella Chiesa di Foggia, e proprio nell’anno, il 1953, nel quale io sono stato ordinato presbitero.

5. Lasciando doverosamente alla Suprema Autorità della Chiesa il giudizio sulla eroicità delle virtù e sulla santità del Servo di Dio, credo di poter affermare che quanto Giovanni Paolo II ha scritto nelle Esortazioni apostoliche sulla vita consacrata, sul ministero dei presbiteri e su quello dei vescovi trovi nella vita e nel ministero del Servo di Dio una luminosa conferma.
Se la vita consacrata è confessione della Trinità, segno di fraternità e servizio di carità, fra Agostino, figlio degnissimo di S. Francesco, sin dalla professione temporanea (1920) e soprattutto da quella definitiva, emessa il 19 marzo 1927, a questa triplice connotazione ha ispirato la sua vita di consacrato nelle diverse e crescenti responsabilità affidategli dall’obbedienza, come assistente spirituale e culturale della Gioventù Antoniana ad Ascoli Satriano, come insegnante e maestro di spirito dei prenovizi in S. Marco in Lamis, come insegnante di lettere a Castellana Grotte, come segretario Provinciale di due Ministri Provinciali, come Ministro Provinciale di due Province, come padre spirituale nel Pontificio Ateneo Internazionale S. Antonio in Roma.
Il giudizio dei suoi confratelli, sia a Foggia come a Salerno, è unanime nell’esaltare la sua profonda pietà, la sua eccezionale capacità di comunicazione e di comunione fraterna, la sua generosa disponibilità al servizio.

6. Confessione della Trinità è stata tutta la sua vita di religioso, di vero innamorato di Dio. Nei consigli evangelici egli vedeva il riflesso della vita trinitaria, come ‘espressione dell’amore che il Figlio porta al Padre nell’unità dello Spirito Santo’ (VC, 21), e conseguentemente come ‘una via privilegiata verso la santità’ (ib. 35) li viveva con fedeltà e li presentava con convinzione ai suoi frati.
Ha scritto di lui un suo antico novizio: ‘P. Agostino o parlava con Dio o parlava di Dio. La sua vita fu una continua preghiera: pregava di giorno, pregava di notte, sempre, per più ore, inginocchiato e in atto totale, da sembrare un serafino. La meditazione era il pascolo dilettevole ed insaziabile dell’animo suo. In quel tempo stava immobile ed assorto, quasi contemplando le cose invisibili; il suo volto pareva irradiato, gli occhi divenivano lucenti, tutta la sua fede spirava in lui’. (P. Vincenzo Gallo, Il servo di Dio Mons. P. Agostino Castrillo, p. 37).
Segno di fraternità è stato in mezzo ai confratelli, sollecito di cementare la comunione ecclesiale col Papa e con i Vescovi e quella fraterna all’interno delle comunità e fra le comunità attraverso un costante dialogo, animato dalla carità.
In occasione del XXV di Episcopato del Papa Pio XII nel 1942 gli fece scrivere una lettera ad ogni novizio.
E deciso fu il suo impegno di frenare le spinte autonomistiche per il ripristino delle tre province di Foggia, Bari e Campobasso com’erano prima della fusione del 1899.
Servizio di carità è stato soprattutto il suo ministero di Provinciale: si sentiva veramente a servizio dei suoi confratelli con una dedizione instancabile e generosa e con una premura paterna e materna, preoccupato soprattutto della loro formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale.

7. Non c’è allora da meravigliarsi se la sua profonda e convinta vita di consacrato abbia dato entusiasmo e più splendido fulgore al suo ministero sacerdotale.
Ordinato sacerdote l’11 giugno 1927 dal Vescovo di Molfetta, Mons. Pasquale Gioia nella Chiesa Madonna dei Martiri, visse il ministero presbiterale nella sua triplice e indissociabile funzione pastorale di maestro, di sacerdote e di guida del popolo di Dio, nella convinzione di essere stato consacrato e mandato per prolungare sacramentalmente la missione dell’unico Sommo ed Eterno Sacerdote.
La sua carità pastorale si espresse soprattutto nei dieci anni in cui fu parroco della Parrocchia di Gesù e Maria in Foggia dal 1936 al 1946: ufficio che ricoprì persino durante il sessennio di provincialato per volontà del mio venerato predecessore il servo di Dio Mons. Farina e col beneplacito del Definitorio.
Un parroco innamorato di Cristo e del suo gregge era Padre Agostino, che nello spirito della povertà francescana privilegiava i poveri dei quali si faceva voce e difesa, gli ammalati ai quali dedicava il massimo delle cure e del tempo a sua disposizione, i giovani nei quali vedeva il futuro della Chiesa e della società, e nello stile della itineranza francescana faceva della strada e delle case i luoghi preferiti dell’annuncio del Vangelo, che dal suo cuore e dalla sua bocca trovava le vie della comunicazione più attraente e convincente.
Convinto che la Parrocchia è una comunità eminentemente eucaristica, l’Eucaristia pose al centro della sua missione parrocchiale come lo era della sua vita personale.
Possiamo dire che quanto il Papa ha scritto recentemente nell’Enciclica ‘Ecclesia de Eucharistia’, in Mons. Castrillo abbia trovato un riscontro fedele, perché egli era innamorato dell’Eucaristia nel suo triplice aspetto di sacrificio, di convito, di presenza. Leggo in una pubblicazione della vicepostulazione del 1985, alla quale ebbi la gioia di dare l’imprimatur: ‘Sua preoccupazione primaria era quella di accendere nel tessuto umano della Parrocchia un orientamento e una passione per l’Eucaristia. Questo spiega perché ogni giorno, mentre lui e un altro collaboratore recavano l’Eucaristia alle case dei malati e dei vecchi impediti, esigeva che un sacerdote, a turno, fosse sempre disponibile in Chiesa per ogni richiesta di confessione e di comunione. Così la Chiesa parrocchiale era diventata una centrale di pietà eucaristica, il cui continuo funzionamento era affidato altresì a gruppi di Azione Cattolica e del Terzo Ordine’ (Un pastore per i nostri giorni, P. Agostino Castrillo, p. 20-21).
Dall’Eucaristia egli traeva l’alimento della sua carità pastorale, che si espresse in modo particolare nei giorni bui dei bombardamenti su Foggia, ‘Fu in questo tempo che P. Agostino ha scritto alcune delle pagine più luminose del suo eroismo caritativo, arrivando persino ad arrossarsi l’abito di sangue nel trasportare i feriti sulle autoambulanze e per estrarre i morti dalle macerie’ (ib., p. 24).

8. Non fece meraviglia, allora, che una figura così eccelsa di religioso e di sacerdote, di ministro provinciale e di pastore, il 17 settembre 1953, un giorno sacro all’Ordine francescano, fosse stato nominato da Pio XII Vescovo delle due diocesi allora unite di S. Marco e Bisignano.
Fu grande la gioia di tutti, e l’Ordinazione Episcopale nella sua Chiesa di Gesù e Maria in Foggia, il 13 dicembre 1953, III Domenica di Avvento detta ‘Gaudete’, fu una manifestazione corale della stima, dell’ammirazione, dell’affetto dell’Ordine Minoritico e delle Diocesi nelle quali aveva svolto il suo ministero presbiterale.
Grande fu soprattutto la gioia e la speranza delle due Diocesi alle quali il novello Vescovo era stato preposto, e il 3 gennaio del 1954, quando vi fece ingresso, fu accolto come l’angelo mandato dal Signore.
Ma nessuno poteva immaginare che il suo episcopato, – caso forse unico nella storia della Chiesa -, sarebbe stato un continuo calvario perché a causa di un tumore polmonare, nello spazio di 21 mesi, avrebbe consumato il novello Vescovo fra atroci dolori come un olocausto offerto a Dio per il bene della Chiesa.
Un episcopato misterioso, il suo, perché avvolto totalmente dal mistero della Croce. Mons. Castrillo aveva offerto la sua vita il giorno della sua ordinazione sacerdotale, e nel giorno di quella episcopale, che ne è la pienezza, Gesù accolse la sua offerta, associandolo a sé sofferente a glorificato.
Un episcopato, quindi, misteriosamente fecondissimo, il suo, perché, unendo le sue sofferenze a quelle di Cristo, come S. Paolo, Mons. Castrillo poteva dire ai suoi fedeli: ‘Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa’ (Col 1,14).
E per dieci mesi il suo letto divenne cattedra ed altare, sul quale lui fu sacerdote e vittima, nutrito dall’Eucaristia e confortato da Maria, della quale era devotissimo, con la recita del S. Rosario.

9. Quando nella tarda serata del 16 ottobre 1955 il Vescovo crocifisso si spense silenziosamente senza la presenza di nessuno, quel letto divenne il trono della sua iniziale glorificazione: tanta fu la partecipazione dei fedeli attorno alle sue spoglie mortali, esposte per tre giorni in Cattedrale e venerate come la preziosa reliquia di un santo.
Il riconoscimento della sua santità spetta solo alla Suprema Autorità della Chiesa. Ma da parte nostra è doveroso innalzare costantemente e con fede la preghiera alla Santissima Trinità per la glorificazione anche qui in terra del suo Servo fedele, perché a tutti noi, vescovi, presbiteri, religiosi e fedeli, ricordi la prima e fondamentale vocazione di ogni cristiano, la vocazione alla santità, alla quale tutti dobbiamo tendere nelle ordinarie condizioni di vita, guidati dalla luce del Vangelo, sostenuti dalla grazia dei Sacramenti, sospinti dalla forza della carità, accompagnati dall’aiuto materno di Maria, sino al giorno in cui anche noi lo raggiungeremo nella casa del Padre, dove la fede diventa visione, la speranza certezza, la carità possesso eterno del Dio dell’Amore. Amen.