Arcidiocesi
di PALERMO

Celebrazione Eucaristica Nostra Signora delle Nazioni

Tag:
08-05-2011

    1. Sono ben felice di vivere con voi, questa mattina, un momento così gioioso di incontro e di comunione, di preghiera nella luce del Risorto. Una preghiera che può cementarvi sempre più come comunità parrocchiale, nella chiusura della Settimana Europea, giunta quest’anno alla sua quinta edizione.

    Il cammino di una comunità è segnato da tappe che ne evidenziano da un lato i percorsi tracciati e vissuti, dall’altro le direttive e le evoluzioni da compiere e facilitare nel futuro. E questo ci sembra rilevante anche in concomitanza della celebrazione dei trenta anni di vita della solerte e ben curata pubblicazione Comunità in cammino che ha connotato, commentato, espresso, accompagnato questa comunità parrocchiale, oggi chiamata Nostra Signora delle Nazioni in S. Eugenio Papa, che trent’anni fa, con gioia, celebrava l’apertura di questo Tempio, per opera del compianto Cardinale Pappalardo.

    Per questo motivo eleviamo al Signore la nostra preghiera, perché sia Lui a continuare a convocare questa comunità ‘ guidata con impegno da più di trent’anni dal nostro caro Don Felice ‘ sia Lui, il Signore Gesù, a renderla Chiesa, porzione di popolo santo di Dio che, unito, cammina nel suo nome e che si fa prossimo di tutti i bisogni del territorio in cui questa parrocchia vive.

    2. Il brano evangelico di questa terza domenica di Pasqua ci riporta l’episodio dei discepoli di Emmaus, l’incontro che Gesù risorto compie con due dei discepoli, che, ormai sfiduciati dopo gli eventi della Pasqua a Gerusalemme, fanno ritorno verso il villaggio di Emmaus, forse il loro villaggio di origine. Stanno allontanandosi da quella città santa che aveva visto la morte del loro Maestro e stanno allontanandosi dunque anche dalla comunità che era rimasta ad attendere l’evolversi degli eventi, chiusa per timore dei giudei nel Cenacolo.

    È un pericoloso ritorno indietro, carico di delusione e di amarezza, di tristezza e desolazione. Sempre più lontani da Gerusalemme, e sempre più lontani dalla speranza, discutono tra di loro su ciò che è accaduto, ma con la delusione nel cuore.

    Da questo brano, attraverso alcuni passaggi significativi, vorrei cogliere tre semplici espressioni utili per il nostro cammino personale e comunitario.

    3. Gesù si avvicina ai due discepoli, e, incuriosito dei loro discorsi, li accosta, come un anonimo pellegrino e viandante. ‘I loro occhi erano impediti a riconoscerlo’: glielo impediva la delusione per quell’ultima Pasqua che non aveva corrisposto alle loro attese, quelle attese che essi avevano riposto nel Maestro, Gesù di Nazaret.

    Al misterioso viandante che si incuriosisce, chiede, e si fa raccontare i fatti che avevano causato quel ‘volto triste’, i due discepoli dicono una frase ‘ la prima di quelle che desidero evidenziare ‘ che sintetizza tutta la loro delusione, e che ci fa entrare nel loro cuore ferito di questi due discepoli: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”. Questo “speravamo”, con il tempo all’imperfetto, dice che adesso non c’è più spazio nel loro cuore per una speranza che si è rivelata terribilmente vana e si è infranta nella morte di Gesù. Quel Gesù che avrebbe dovuto essere il liberatore di Israele, è stato consegnato dai sacerdoti e dai capi per essere condannato a morte ed è stato crocifisso.

    Gesù li rimprovera dolcemente per la loro incredulità, e spiega loro il senso delle Scritture. Luca non è interessato al contenuto di questa straordinaria catechesi. Chissà come sarà stata bella! Ma è interessato al fatto che, mentre spiega, Gesù cammina con loro, si fa accompagnatore di quella delusione e di quell’amarezza. Egli, ancora oggi, ai giorni nostri, si fa prossimo di tutti i discepoli che si disperdono nei vari villaggi di Emmaus. Prima di farsi maestro, si fa compagno di viaggio, e mentre si fa maestro rimane ad accompagnare per la strada i discepoli.

    Quale insegnamento per la comunità dei credenti? Quel ‘noi speravamo’ dice tutto! Spesso le nostre attese su Dio sono quelle legate alla nostra visione limitata e un po’ funzionale di Dio. Spesso Dio lo invochiamo perché si realizzino i nostri disegni, o ne vediamo solo il volto interventista, che si piega ai nostri desideri. Capita che non riusciamo a cogliere il suo disegno sulla nostra vita perché appesantiti, impediti dalle nostre aspettative su Dio. E invece Dio ci sorprende, come sorprese la prima comunità con l’esperienza della disfatta sulla Croce.

    La via di Cristo è quella della Passione di Gerusalemme, ed invece noi, spesso, vorremmo allontanarci da questa Gerusalemme, perché un Dio che passa dalla sofferenza e dalla morte non ci sembra consono alle nostra aspettative.

    Ai discepoli di Emmaus, Gesù spiega il senso delle Scritture.

    Cominciando da Mosé e da tutti i profeti fa vedere come la sua passione era l’unica via necessaria verso la gloria. La sua gloria non è una gloria qualsiasi, ma piuttosto è la gloria del vincitore sul peccato e sulla morte, è la gloria di chi il peccato è la morte li ha passati ed oltrepassati, è la gloria di chi ha vinto sull’odio, sull’egoismo, sulle tentazioni di rifiuto o di ribellione al progetto di Dio stesso.

    Era necessario che Cristo giungesse fino al punto estremo della sofferenza umana, per portare il suo amore in ogni cuore e trasformare ogni cosa in occasione di vittoria sul peccato e sulla morte. Contro ogni nostra falsa speranza, contro ogni aspettativa limitata, Cristo si è reso credibile perché ha attraversato l’oscurità di ogni uomo, la sofferenza e la morte e, come dice la Prima Lettera di Pietro, ci ha acquistati, redenti, liberati “non a prezzo di cose effimere, come argento e oro’, ma con il suo sangue prezioso, con il dono della Sua vita. Egli, come spiega ai discepoli di Emmaus ripercorrendo il senso delle Scritture, ci ha amati sino alla fine, ma passando e testimoniando il suo amore, per la via scandalosa della croce.

    Carissimi fratelli e sorelle, anche oggi Gesù si accosta a noi e intende spiegarci nuovamente il senso delle Scritture, intende rivelare a noi ancora una volta che la sua Passione e dunque la sua Pasqua, il suo passaggio attraverso la sofferenza e la morte, è l’unico paradigma salvifico per la nostra vita.

    Solo facendo nostra questa spiegazione, questo esempio, questa via potremo giungere alla stessa gloria della Risurrezione anzi, potremmo già fin da adesso, vivere la gioia della risurrezione. Nel mondo ci saranno sempre la sofferenza, il peccato, la morte, ma l’opera di Cristo ha fatto sì che questi eventi si potessero trasformare in luce pasquale, non eliminandoli ma attraversandoli.

    Il Mar Rosso di ogni sofferenza viene diviso dal legno della croce di Cristo, perché chiunque possa passare in mezzo ed essere così liberato, e procedere sicuro verso la terra promessa della vita eterna.

    A quanti sono nella sofferenza, nella solitudine, nell’abbandono, nella tragicità del peccato, nella delusione della disfatta, Gesù viene a dire che questa Pasqua riguarda anche loro, che la sua Pasqua riguarda anche loro, che questo passaggio attraverso la passione è l’unico necessario per giungere alla pienezza della vita.

    Così i discepoli ascoltano la spiegazione delle Scritture, e lasciano progressivamente le loro aspettative, e con esse la loro delusione. Entrano gradualmente nel disegno di Dio e cominciano ad intuire che le cose avvenute non sono soltanto negative come sembrava, e la Passione non è solo tinta di rosso, il rosso sangue del Cristo sulla croce, ma che tutto è servito ad attuare un disegno di Dio, un disegno positivo, luminoso, glorioso, splendente come il mattino della risurrezione. E noi? Cediamo a questa catechesi? Ci lasciamo coinvolgere e sconvolgere dal disegno di Dio anche quando questo sembra non corrispondere ai nostri calcoli e alle nostre attese?

    Ci riempiamo di stupore o ci lasciamo prendere dal terrore e dall’abbattimento tutte le volte che Dio entra nella vostra vita e nella nostra carne e ci fa vivere intimamente associati alla sua Croce per la salvezza del mondo?

    4. C’è un altro passo che vorrei sottolineare. Gesù continua a spiegare agli apostoli. Progressivamente il misterioso viandante dona ai due discepoli la luce della speranza.
Scende pian piano la sera, ma la luce della speranza, la luce della gioia comincia a rinascere nel cuore dei due. Sono stati conquistati dalle parole di Gesù, e dunque sono stati vinti nel cuore stesso, ed esclamano: ‘Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto‘.

    Resta con noi! L’obiettivo è raggiunto. Gesù non voleva farsi riconoscere subito dai due. Guardava più lontano: voleva riaccendere nel loro cuore l’amore di un tempo, il desiderio del Maestro, la comprensione delle Scritture. Non poteva bruciare le tappe. Doveva attraversare anche questa lentezza dell’uomo.

    Resta con noi! Una comunità in cammino dovrebbe far sua questa preghiera! È la preghiera di chi, avendo incontrato l’amore sulla sua strada, non può lasciarlo, non può non farsi coinvolgere. È la preghiera che non guarda solo alle tenebre della difficoltà o del male, e chiede l’aiuto di Dio, ma anche alla sera della superficialità, quando siamo tentati dall’automatismo e dalla routine, mentre nell’azione pastorale dovremmo sempre desiderare che Cristo risorto sia davvero al centro, che non vada via, che rimanga ancora a far ardere il cuore.

    È la preghiera di chi ha fatto esperienza del Signore e della sua dolcezza, del suo perdono e della sua grazia. È la preghiera di chi vuole che il suo cammino non si fermi alla sera, ma continui nel quotidiano delle sfide contemporanee.

    È il grande desiderio dell’ascolto della parola, del contatto intimo con Cristo che parla ancora, per vivere in quella luce e in quella speranza che ci vengono donati durante il cammino.

    E da questo ecco che Gesù si mette a tavola con i suoi discepoli, ancora una volta, e spezza il pane per loro.

    Non c’è più nessun’altra spiegazione delle Scritture, non c’è più nessun convincimento che le sue parole devono fare al loro cuore che già ardeva: c’è l’Eucarestia, il dono di sé nel pane vivo che dà la vita, e che dà la forza per continuare la vittoria sull’odio, sull’egoismo, sulla violenza, per costruire la comunione, per movimentare l’attuazione del regno di Dio in mezzo agli uomini.

    I loro occhi si aprono, lo riconoscono davanti all’Eucaristia, ma Gesù sparisce dalla loro vista, ha terminato la sua opera di conversione, e non soltanto con le parole, ma con gli stessi gesti di quel dono che una sera aveva compiuto spezzando il pane, spezzandosi come Pane, perdonando ai suoi discepoli, nel Cenacolo.

    Quante volte diciamo come comunità: resta con noi? E non soltanto quando siamo dentro le mura del tempio, ma quante volte nelle nostre case, piccole chiese domestiche, chiediamo al Signore di restare con noi ed accompagnarci nelle difficoltà?

    5. I due discepoli hanno ascoltato la Parola, hanno ravvivato nel loro cuore la speranza, hanno aperto i loro occhi alla luce della presenza di Cristo, lo hanno riconosciuto nello spezzare il pane. Non basta. Devono fare ritorno a Gerusalemme e per questo partono senza indugio per un’altra tappa del loro cammino di conversione, per il ritrovamento del senso della comunione, della solidarietà nella comunione. La loro conversione sarà completa quando si ritroveranno nella comunità dei discepoli di Gesù, quella dalla quale si erano allontanati, quando giungeranno dove sono riuniti gli undici, e anche gli altri con loro, in paziente attesa del Signore risorto.

    Lì ascoltano la notizia di un’apparizione di Gesù risorto a Simone: ‘Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!‘. Stavolta la frase che voglio sottolineare non è dei due discepoli, ma della comunità. Ma ‘ attenzione! ‘ essi ascoltano dalla comunità quello che hanno vissuto in prima persona. E raccontano la loro esperienza, riteniamo, con le stesse parole che possiamo immaginare: ‘È apparso anche a noi!’. Le loro parole sono come anticipate dalla comunità, risuonano in quelle della comunità.

    Ecco: l’esperienza personale risuona in quella della comunità. E quella comunitaria risuona in quella personale. Guai ad una comunità nella quale non vi sia questa osmòsi! Guai ad una comunità nella quale non permette la circolazione dell’esperienza del Risorto, che lo trattiene, che lo incatena, che lo chiude ancora in un sepolcro!

    In una comunità parrocchiale in autentico cammino, il cammino di ogni singolo è prezioso e va accolto con gratitudine al Signore. Ma la comunità non è una sommatoria di cammini personali. È un unico cammino che si costruisce a partire dalle esperienze dei singoli nella comunità e si alimenta di questo frutto di cui noi siamo elementi, di Cristo che agisce attraverso la sua carne, che ci annuncia la sua parola, che ricostruisce la pace nei nostri cuori riconciliandoci con Dio, mandandoci lo Spirito in forza del quale lo chiamiamo Padre, ci fa ritrovare fratelli amati dal Signore e in cammino verso Dio nella quotidianità della nostra vita. Il Risorto sta al centro di tutto, e attorno a lui la comunità si edifica e cresce, pur in una varietà di espressioni e di esperienze. Questa è la sfida della vostra comunità.

    6. Carissimi fratelli e sorelle questi trent’anni di Comunità in cammino sono un’occasione propizia per ritrovarci tutti a stimolarci in un cammino di sequela del Cristo e di accompagnamento dell’uomo. È sapiente cammino di costruzione e ricostruzione quotidiana della nostra comunità, Tempio di pietre vive che siamo noi, in un edificio non meramente materiale ma spirituale, capace di accogliere, sostenere, far risuonare l’esperienza del Risorto nei singoli.

    Il Signore ci aiuti ad essere non più viandanti solitari che si allontanano verso poli sconosciuti e autoreferenziali, ma portatori di acqua viva nelle nostre comunità, pronti ad essere con e per gli altri, perché con noi e per noi è stato il Cristo.

    Lo stile di accompagnamento, questo accostamento paziente e medicinale, il Signore risorto vuole oggi compierlo attraverso i membri della sua Chiesa, attraverso la nostra testimonianza credente, la più attendibile e coerente, in quello stesso territorio nel quale siamo chiamati a vivere e a crescere.

    Una comunità in cammino è soprattutto una comunità in cammino con, ossia una comunità che nel suo cammino accosta, ascolta, accoglie, ricerca, si apre, serve, si mette in questione. Se lo ha fatto Gesù con i due di Emmaus noi non siamo da meno per poterlo fare come comunità credente nei confronti dei tanti viandanti del mondo che ogni giorno incontriamo su quelle nostre strade che percorriamo insieme con loro.

    Possiamo scoraggiarci, ci sembra che questi orizzonti siano troppo grandi per noi. Lasciamoci condurre da Maria, Nostra Signora delle Nazioni. Lei ci accompagna e ci guida come una madre tenera per comportarci in maniera da permettere al Signore di ‘restare con noi’, nelle nostre vite e nelle nostre case. Oggi, nel giorno della ‘festa della mamma’, penso a tutte le mamme che sono qui in preghiera con noi: voglio ringraziarle per il loro impegno e la loro sollecitudine nell’aiutare tutti noi ad aprirci agli orizzonti della fede e compiere i primi passi verso la comunità ecclesiale. Sono loro che ci hanno insegnato le prime preghiere e ci hanno aiutati a fare, come Maria fece a Cana, tutto quello che Cristo ci chiede di fare.