Arcidiocesi
di PALERMO

Anniversario della Dedicazione della Cattedrale – 50° Anniversario dell’Ordinazione Sacerdotale del Cardinale Arcivescovo

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Omelia del Cardinale Arcivescovo
04-06-2003

1. Nella pienezza della gioia pasquale e nel cuore dell’Anno del Rosario, celebriamo la solennità dell’anniversario della Dedicazione della nostra Cattedrale.
‘La Dedicazione della casa di preghiera ‘ come si esprime S. Agostino ‘ è la festa della nostra comunità. Questo edificio è divenuto la casa del nostro culto. Ma noi stessi siamo Casa di Dio.
È quanto ci ha ricordato S. Paolo nella seconda lettura col forte richiamo alla santità, prima e fondamentale vocazione di ogni cristiano: ‘Santo è il tempio di Dio, che siete voi’.
L’unico fondamento di questo tempio è ‘Gesù Cristo’. Su di lui e soltanto su di lui è costruita e incessantemente si costruisce la nostra Chiesa di Palermo con il contributo di tutte le vocazioni, di tutti i carismi, di tutti i ministeri. Tra questi S. Paolo ha sottolineato il suo ruolo preminente e insostituibile di Apostolo con l’immagine del ‘sapiente architetto’, che ha posto il fondamento sul quale altri potranno e dovranno costruire. L’immagine dell’architetto, che guida e coordina sul fondamento, che è Cristo, tutto l’edificio spirituale della Chiesa, esprime, direi plasticamente, il tema del nostro anno pastorale: ‘Il ministero presbiterale in una Chiesa tutta ministeriale’.

2. Di questa tappa importantissima dell’itinerario pastorale che la nostra Chiesa palermitana conduce sul tracciato della Lettera apostolica Novo millennio ineunte (n. 46), l’odierna solennità costituisce indubbiamente, per la sua importanza liturgica, una sosta altamente significativa. Ma si arricchisce di un ulteriore significato: la celebrazione del 50° anniversario della mia Ordinazione presbiterale avvenuta il 28 giugno 1953 e il 30° di quella episcopale avvenuta il 27 dicembre 1973.
È la celebrazione anzitutto del Sacerdozio di Cristo, unico, sommo ed eterno Sacerdote, unico Pastore e Vescovo delle anime nostre, del quale ogni presbitero e ogni vescovo, in forza del Sacramento dell’Ordine, è ripresentazione sacramentale a servizio del sacerdozio regale di tutto il popolo di Dio. A Lui, e solo a Lui, l’onore, la lode e la gloria! A Lui salga gradito il nostro sacrificio della lode, come abbiamo cantato nel Salmo responsoriale, nel massimo rendimento di grazie, che è l’Eucaristia.
Ma per me è particolarmente doveroso questa sera celebrare il sacrificio di lode per il dono del sacerdozio ministeriale, portato nella pienezza sacramentale con l’ordinazione episcopale. E poiché, come Vescovo, sono a vostro servizio, a tutti chiedo di associarvi a me nella preghiera, che è il più atteso e più prezioso regalo giubilare, l’aiuto più valido e l’attestato di affetto più gradito: la considero come il vero ‘incensiere d’oro’ della amatissima Chiesa Palermitana, che oggi sento vicina a me come non mai, in quella coralità orante che S. Giovanni ci ha fatto contemplare nella liturgia celeste: ‘E dalla mano dell’angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio, insieme con le preghiere dei Santi’ (Ap 8,4).
Chiedo la vostra preghiera perché il Signore nella sua infinita misericordia abbia pietà di me, perdoni i miei peccati, mi sostenga nel cammino incessante della conversione, mi aiuti a tendere costantemente verso la santità in modo da essere in mezzo a voi un segno credibile della sua presenza e del suo amore.

3. Come il salmista, mi viene spontaneo dire: ‘Ripenso ai giorni passati, ricordo gli anni lontani. Un canto nella notte mi ritorna nel cuore: rifletto e il mio spirito si va interrogando. Ricordo le gesta del Signore, ricordo le tue meraviglie di un tempo. Mi vado ripetendo le tue opere, considero tutte le tue gesta’ (Sal 76, 6-7.12-13).
Ho sempre celebrato la S. Messa come memoriale non solo della Pasqua del Signore, ma anche dell’ordinazione presbiterale.
Ma in questa S. Messa Giubilare il ricordo si fa più vivo e presente; e il pensiero va spontaneamente a quel 28 giugno 1953, quando nella Chiesa parrocchiale del mio paese natìo, Vernole, – qui rappresentato dal Parroco, dal Sindaco e da un gruppo di fedeli che ringrazio per la loro partecipazione -, il mio Vescovo, Mons. Francesco Minerva, che nel prossimo anno raggiungerà l’eccezionale età di cento anni, mi ordinò presbitero.
Rivivo i diversi momenti dell’Ordinazione, celebrata allora secondo il vecchio rito, come se si fossero ripetuti ogni giorno, in ogni celebrazione eucaristica, nel corso di questi cinquant’anni.

4. Ero anzitutto preso da stupore per il dono grande e assolutamente immeritato che Gesù mi concedeva, rendendomi partecipe del suo sacerdozio, del suo ministero di pastore con il quale incessantemente Egli aduna con la Parola, santifica con i Sacramenti e guida con l’autorità dell’Amore il suo gregge.
Ritorna continuamente nel cuore la monizione del Vescovo tratta dal Pontificale: ‘Nel momento di essere consacrato all’ufficio di sacerdote, procura di riceverlo degnamente e di adempierlo con lode. Si deve ascendere con grande timore a tanta grandezza e procurare che una dottrina celeste, retti costumi ed una continua osservanza della giustizia ne siano l’attestato. Scelto, col consenso dei nostri fratelli, a nostro aiuto, osserva nei costumi l’integrità di una vita casta e santa. Sappi quello che fai e imita ciò che tratti. Sia il tuo insegnamento spirituale medicina al popolo di Dio. Sia il profumo della tua vita la gioia della Chiesa di Cristo, per edificare con la predicazione e con l’esempio la casa, vale a dire la famiglia di Dio’.
Mi si proponeva un vero programma di vita sacerdotale: lo affidavo alla intercessione della Vergine e dei Santi, che venivano invocati mentre ero prostrato a terra in segno di totale umiltà e di completa disponibilità a intraprendere il ministero sacerdotale, non contando sulle mie povere forze ma sulla grazia del Signore, memore del detto di Gesù: ‘senza di me non potete fare nulla’ (Gv 15,5). Mi rendevo conto che il sacerdozio nato nella preghiera deve essere alimentato continuamente dalla preghiera.

5. Sento ancora le mani del Vescovo posate sul mio capo e riascolto la sua voce, che nella preghiera di ordinazione chiedeva al Padre di rinnovare in me lo ‘spirito di santità’ e la grazia necessaria al nuovo stato.
Avvertivo nella fede la trasformazione spirituale che avveniva in me nella configurazione di tutto il mio essere a Gesù, capo-servo, pastore e sposo della Chiesa, simbolicamente espressa dall’imposizione della stola e della pianeta, veste sacerdotale con cui è figurata la carità pastorale.
Sentivo come rivolte a me le parole del profeta Isaia che Gesù applicò a sé nella sinagoga di Nazareth: ‘Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio; per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore’ (Lc 4,18-19). Annunciatore del Vangelo, ministro della misericordia, padre dei poveri, difensore degli oppressi, donatore della speranza e della gioia: per essere questo, lo Spirito del Signore discendeva su di me, mi consacrava e mi mandava. Mi rendevo conto soprattutto che il confessionale è il luogo privilegiato, dopo l’altare, del ministero presbiterale.

6. Non potevo certo comprendere pienamente il mistero che mi investiva, perché infinitamente più grande della mia povera umanità. Eppure avvertivo sgorgare spontaneamente dal cuore l’attestazione conclusiva di Gesù: ‘Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi’ (Lc 4,21). Una sensazione profonda, avvertita soprattutto quando, al canto del ‘Veni Creator’, il Vescovo mi unse le mani (allora con l’olio dei catecumeni), come strumento di benedizione, e alla fine della celebrazione il coro cantò la più affascinante dichiarazione di amicizia fatta da Gesù agli apostoli e da quel giorno anche a me: ‘Non vi chiamo più servi, ma amici’ (Gv 15,15).
La Chiesa, gremita di fedeli attenti e commossi, esprimeva eloquentemente nella preghiera l’abbraccio di tutta la comunità parrocchiale, dalla quale il Signore mi aveva preso per consacrarmi e mandarmi a servire tutto il popolo di Dio in assoluta docilità al suo volere, espresso attraverso la voce del Vescovo.
Servire il popolo di Dio in comunione filiale col Vescovo. Questo apparve a me il significato più vero sia della concelebrazione con lui, l’unica allora possibile, sia della promessa di obbedienza e di filiale rispetto fatta nelle sue mani.
Ma ero anche convinto che per essere in autentica comunione col Vescovo bisogna vivere la comunione fraterna con tutti i presbiteri. Questo mi sembrò il significato della imposizione delle mani da parte dei presbiteri presenti, espressione della natura sacramentalmente comunitaria del sacerdozio ministeriale, che mai può essere esercitato fruttuosamente isolandosi dagli altri o agendo per conto proprio.

7. Il giorno dopo, festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, celebrai la prima Santa Messa nella stessa Chiesa parrocchiale.
Celebrare la prima S. Messa, per ogni sacerdote è un’esperienza spirituale indimenticabile, anche se si ripete ogni giorno. Stare in diretto contatto con la santità di Dio è un appello quotidiano alla santità e una grazia sempre nuova per la santificazione sacerdotale nell’esercizio del ministero pastorale.
Pronunziando le parole della consacrazione, cominciavo a provare che cosa significa agire ‘in nome’ e ‘nella persona’ di Cristo, quasi prestando a lui la mia voce. Cominciavo a comprendere la necessità di conformarmi nelle intenzioni e nelle scelte di vita a Lui, Capo, servo, pastore e sposo della Chiesa, povero, casto e obbediente. Cominciavo a esperimentare come l’Eucaristia, convito sacrificale della massima presenza del Signore deve essere il centro, il cuore della vita e del ministero presbiterale.

8. Nello spirito di obbedienza, promessa nelle mani del Vescovo il giorno dell’Ordinazione, ogni sacerdote è lieto di mettersi al servizio di Dio e dei fratelli dove il Signore lo invia e non dove egli vuole.
Il mio Vescovo, nei primi cinque anni di sacerdozio (1953 – 1958), volle affidarmi diversi incarichi, a servizio della Diocesi e in aiuto dei confratelli.
Aiutare i confratelli nelle parrocchie mi sembrava un servizio di collaborazione doverosa, nella logica della fraternità sacerdotale nella quale si manifesta la presenza di Cristo buon Pastore nella forma più visibile e credibile: quella della carità pastorale.
Aver conosciuto tutte le parrocchie della diocesi mi servì moltissimo quando, il 1 settembre 1958, il Vescovo mi nominò parroco di un’antica parrocchia, ‘S. Maria delle Grazie’, che dal centro della Città era stata trasferita nella zona più periferica, chiamata ‘S. Rosa’. Era un agglomerato di case popolari, senza chiesa: c’era solo una piccola sala, tanto piccola che sia il possesso canonico (12 ottobre 1958), come anche le prime comunioni e le cresime, si celebravano all’aperto, finché non fu costruita una Chiesa ampia e funzionale. Non c’era la chiesa materiale, ma si edificava la chiesa viva, alla luce del Concilio Vaticano II, che accolsi a seguì come un dono dello Spirito e segnò una svolta decisiva nella mia vita presbiterale e nel ministero pastorale.

9. Dopo venti anni di sacerdozio, il Signore volle chiamarmi al più impegnativo ministero di Vescovo. Nominato da Paolo VI Vescovo titolare di Tulana e ausiliare del Vescovo di Oria, il 21 novembre 1973 fui ordinato il 27 dicembre da Mons. Minerva nella Cattedrale di Lecce il 27 dicembre successivo.
In occasione del mio venticinquesimo di Ordinazione episcopale, cinque anni fa, ho espresso i sentimenti di sbigottimento, di timore ma anche di fiducia, provati nell’assumere un ministero così carico di responsabilità, come successore degli Apostoli. Convinto che l’Episcopato, pienezza del Presbiterato, esige anche la pienezza del servizio sacerdotale, come prolungamento sacramentale di quello di Gesù che ha dato la vita per noi, a questa visione dell’episcopato mi sono sforzato di orientare il trentennale ministero pastorale nelle diverse Chiese che il Signore mi ha affidato: da Oria a Foggia, da Taranto a Palermo, come anche nell’ufficio di Assistente Ecclesiastico Generale dell’ACI. E come ulteriore donazione nel servizio ho considerato la mia nomina a Cardinale di S. Romana Chiesa in più diretta collaborazione col Papa nella guida della Chiesa universale.
Quanto il Signore ha operato in questi anni nella nostra Chiesa nel cammino della preparazione, della celebrazione e della prosecuzione del Grande Giubileo del 2000 e in fedeltà agli orientamenti pastorali del Papa e della CEI, è noto soltanto a Lui. Noi lo ringraziamo per quello che ci ha concesso di fare e gli chiediamo perdono per quello che non siamo stati capaci di realizzare, nella convinzione evangelica che la Chiesa è sua e noi siamo semplicemente suoi servitori e per giunta inutili.
Ma di un particolare dono sento il dovere di ringraziare con voi il Signore: la fioritura delle vocazioni al sacerdozio ministeriale, che in quest’ultimo decennio egli ha suscitato nella nostra Chiesa. Ho avuto la grazia in questi sette anni di ordinare 37 sacerdoti diocesani e 26 religiosi. Altri 6 diocesani e 2 religiosi ordinerò il 28 giugno, giorno anniversario della mia ordinazione sacerdotale. Altri 8 si preparano per l’anno successivo. Questo è il frutto anzitutto della preghiera insistente al Padrone della messe, l’unica espressamente comandata dal Signore. Ma è anche il risultato dell’azione congiunta dei Centri di Pastorale vocazionale e giovanile, del Seminario e delle Parrocchie sul solco tracciato dall’esempio e fecondato dall’intercessione del servo di Dio Don Pino Puglisi, del quale ho voluto introdurre il processo canonico per il riconoscimento come martirio della sua sacrilega uccisione da parte della mafia.

10. Carissimi fratelli e sorelle amati dal Signore, dopo aver reso grazie a Dio, è giusto e doveroso da parte mia ringraziare il Santo Padre Giovanni Paolo II, non solo per il messaggio augurale benedicente che mi ha inviato, ma soprattutto per i tanti segni di benevolenza e di fiducia che mi ha rivolto nei venticinque anni del suo pontificato. Al suo Giubileo vi invito tutti a partecipare spiritualmente fin da questa sera, con la preghiera e con il rinnovato impegno di accogliere e mettere in pratica fedelmente il suo magistero, certi che egli, come successore di Pietro, ha il mandato di confermare i fratelli nella fede.
Ringrazio i Signori Cardinali qui presenti, Sua Em.za il Card. Alfonso Lopez Trujllo, Presidente del Pontifico Consiglio per la Famiglia, e S. Em.za il Card. Dario Castrillon Hoyos, Prefetto della Congregazione per il Clero, e quanti, a cominciare dal mio venerato Predecessore il Card. Salvatore Pappalardo, che ho incontrato ieri e al quale auguriamo nella preghiera lunghi anni di vita in buona salute, si sono spiritualmente uniti, come hanno espresso in messaggi di stima e di affetto che mi commuovono.
Ringrazio il Nunzio Apostolico in Italia, S. E. Mons. Paolo Romeo, gli Arcivescovi e Vescovi Siciliani, che con la loro presenza fisica o spirituale mi attestano l’affetto fraterno che fin dall’inizio del ministero a Palermo mi hanno dimostrato. Mi si consenta in particolare di ringraziare S. E. Mons. Salvatore Gristina, Arcivescovo di Catania e già mio Vescovo Ausiliare, e l’attuale Vescovo Ausiliare S. E. Mons. Salvatore Di Cristina, che collabora con intelligenza, competenza e affetto.
Con lui ringrazio il Pro-Vicario Generale P. Antonino Vitello, tutti i collaboratori, sacerdoti e laici della Curia, che tanto si sono adoperati per la celebrazione del mio Anno Giubilare inserito nel cammino ordinario della nostra Chiesa.
Un grazie sincero e fraterno rivolgo a tutti gli amatissimi sacerdoti e i diaconi per il loro affetto, la collaborazione e la generosa dedizione al lavoro apostolico, svolto spesso in condizioni di enormi difficoltà, che comunque non li scoraggiano e non ne arrestano la carità pastorale. Li ho sempre tutti vicini nella preghiera.
E il ringraziamento si estende a tutti i membri di vita consacrata, che sono nel mio cuore come lo sono nel cuore della Chiesa palermitana.
Un deferente ringraziamento rivolgo alle Autorità civili e militari per la loro presenza e per i rapporti di reciproco rispetto e di dialogo sincero intessuti in questi anni, nell’intento di promuovere, ciascuno per la sua parte, il bene comune della nostra gente, meritevole di attenzione e di impegni concreti perché superi le difficoltà sociali che la umiliano ed esprima al meglio le tante potenzialità che la qualificano. È un augurio, pieno di speranza, che rivolgo non solo a motivo preminente del mio servizio pastorale, ma anche a motivo della ‘Cittadinanza onoraria’ che il Sindaco di Palermo ieri mi ha voluto conferire e che mi lega per sempre alla nostra Città, da me tanto amata.
Un cordiale ringraziamento rivolgo ai ministri istituiti, agli operatori pastorali, ai membri delle aggregazioni ecclesiali e del volontariato, e soprattutto a voi, sorelle e fratelli ammalati, disabili, emarginati, la cui presenza qualifica e onora la nostra assemblea.
Grazie, infine, indistintamente a tutti voi, carissimi fedeli e miei concittadini palermitani, per l’amabilità, la cordialità, l’affetto, la stima, l’incoraggiamento, il sostegno, il conforto, che mi avete dimostrato e donato in questi sette anni di ministero pastorale all’amatissima Chiesa palermitana, alla quale mi sforzo di donarmi totalmente e senza riserve, come espressione del mio grande amore a Cristo, suo sposo, che questa sera ancora una volta, come a Pietro sul lago di Genezareth, me lo chiede quale condizione per pascere il suo gregge.
A Lui, davanti a tutti voi, rinnovo le promesse dell’ordinazione presbiterale ed episcopale, attraverso le mani di Maria, il cui aiuto materno ho esperimentato sempre crescente in questi cinquanta anni, mentre al Padre rivolgo la preghiera della Chiesa per domandare la grazia più ambita:

‘Padre santo,
che nella tua immensa bontà
mi hai dato la gioia di rivivere il giorno della mia ordinazione sacerdotale,
rinnova con il vigore del tuo Spirito il ministero sacerdotale,
a cui senza mio merito mi hai chiamato,
e fa’ che io esprima nella santità della vita
il mistero che celebro all’altare’. Amen.