Arcidiocesi
di PALERMO

La mascherina: segno involontario di cura fraterna

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“Il Signore ti custodirà da ogni male custodirà la tua vita”
(Salmo 121, 7)                                                                                            

“I credenti perseveravano nell’unione  fraterna nella frazione del pane e nelle preghiere”
(At 2, 42)

 

“Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri
(Gv 13, 34)

   Carissimi,

in questo tempo strano e qualitativamente inedito, sento forte il desiderio di condividere con voi i sentimenti particolari, le emozioni nuove e i pensieri diversi che attraversano la mia mente e il mio cuore.

Da diversi giorni, ormai, viviamo un tempo in sospensione, un tempo nuovo, fatto di raccoglimento più o meno forzato, di solitudine, di silenzio, di aria pulita ma anche densa di ineffabile minaccia, sospesi tra un recente passato, fatto di abitudini e usi che nella routine della quotidianità ci sembravano quelli giusti, quelli a noi più consoni, più adeguati ai nostri desideri, e un futuro prossimo di cui non si riescono a capire la sostanza, i propositi, la realtà. Sospesi in un presente fatto di esperienze nuove ma sempre straordinariamente e pienamente umane, tutte nostre, tutte vere.

Oggi viviamo un tempo fatto di coercizioni e di obblighi stringenti che sembra vogliano addirittura minacciare i nostri diritti fondamentali, le nostre aspirazioni più consolidate e sottintese, i nostri desideri più scontati. Eppure, nonostante ciò, non percepisco particolare sofferenza, una iniziale stanchezza forse, ma non sofferenza, né nel corpo né nella mente né nel cuore.

Uscendo, la mattina, esperienza inedita: ascolto il silenzio della città, respiro un’aria non più da officina meccanica, ma quasi da collina, vedo pochi uomini, quasi nessuno. Provo un inquietante senso di pace. In Ospedale, lo stesso; addirittura il Pronto Soccorso, da che mi ricordo sempre mèta di pellegrinaggio, più o meno inconsulto e ingiustificato, di folle di uomini e donne che ritenevano ogni cosa “urgente”, ogni cosa degna di prima, indifferibile e assoluta attenzione, ora è deserto, avvolto in un silenzio surreale, in una dimensione templare, in cui anche si può parlare sottovoce. Lo stesso al ritorno, quando ti aspetti il “giusto” caos, il normale movimento, il normale scorrere frenetico dell’umanità dell’ora di punta; e invece constato che è come quando ero uscito la mattina presto, persiste il silenzio, l’aria bella, una luce diversa.

Torno a casa, ci sono i miei, confinati ormai da quasi dieci giorni, e mi scopro più fortunato di loro, perché ho la “giustificazione” per poter uscire ogni giorno; anche se questo, lo so, mi espone ad un rischio superiore che non posso far correre anche ai miei familiari. E dunque torno a casa, ma devo osservare la mia famiglia da lontano, almeno da un metro, stando attento a cosa tocco, a dove metto le mani, queste mie mani mai state così candide: tutto senza baci, senza abbracci, senza l’esperienza, che scopro ora ancor più necessaria, urgente e fondamentale per me, per l’uomo, del toccarsi, della prossimità anche fisica.

Per le stesse ragioni sento i miei genitori per telefono, per fortuna ancora precariamente stabili e con una certa autonomia, ma troppo vecchi per potere rischiare un eventuale contagio di cui difficilmente potrei perdonarmi. Anche qui, dunque, nessuna fisicità.

E anche in Ospedale, nel mio reparto, in Hospice, dove il tocco, il touchè, l’abbraccio, la carezza, lo stringersi le mani, il bacio sono parte fondamentale delle cure, mi sento mortificato nelle mie possibilità fondamentali, nei miei diritti di uomo e di medico palliativista. E’ dura trattenere uno slancio di affetto che anticipa la fisicità dell’abbraccio, di una carezza o di un bacio, di fronte alla sofferenza, di fronte al dolore, di fronte alla morte.

Siamo costretti a condividere la nostra umanità a distanza, costretti ad osservarci da lontano più che a toccarci, costretti ad ascoltarci più che a guardarci.

Certo, è bello stare a casa, ma era più bello quando a casa ci si tornava, dopo una giornata di lavoro, dopo le fatiche della quotidianità, anelando al gesto semplice del potersi togliere le scarpe e mettersi finalmente comodi per godere di un tempo di quiete, di un tempo atteso e meritato. La casa, la nostra casa, il nostro rifugio, fatto in primo luogo per la libertà con cui ognuno si può esprimere nell’intimità con naturalezza e leggerezza, è oggi una realtà obbligata: il nostro orizzonte, la libertà del nostro pensiero e del nostro desiderio, non può contemplare oggi la possibilità di tornare a casa, ma solo l’impossibilità di uscirne. E’ bello quando a casa si sceglie di tornarci, non quando si è obbligati a starci.

Eppure, oggi siamo chiamati a questa responsabilità enorme, grave e salvifica che non possiamo permetterci di disconoscere, che non possiamo non “ascoltare”. E, badate bene,  facciamo attenzione, è una responsabilità che, se realizzata nella concretezza del rispetto delle norme di prevenzione in questo tempo di pandemia, solo a prima vista e come primo, fugace effetto serve a proteggere me stesso: la mia, la nostra chiamata oggi è alla custodia degli altri, dell’altro uomo, dell’altra donna, del fratello e della sorella più fragile, anche se inconsapevolmente, anche se non ci sembra. E’ come se fossimo costretti da una natura bizzarra, che ci sta chiedendo di riprogrammarci, di rallentare e di riguardare le nostre priorità, ad avere cura in primo luogo per l’altro, a farci prossimi, pur pensando che invece lo stiamo facendo in primo luogo per noi stessi, per salvare la nostra pelle.

Camminando per andare in farmacia o per andare a fare la spesa, per andare al lavoro o alle Poste, vedo sguardi fugaci e sospettosi, di uomini e donne che, mascherati, vanno con passo spedito, attenti a non oltrepassare il “metro”, attenti a scorgere un piccolo segno di malessere, una tosse, nell’altro che si avvicina. Eppure, uno strano senso di comunità ci pervade tutti, soprattutto quando, dall’esilio dorato delle mura domestiche, possiamo condividere esperienze comuni con l’altro sconosciuto, nella forma di un lenzuolo appeso, di una musica condivisa, di una luce unica fatta di tante piccole luci che da tanti balconi vicini illumina l’universo.

Siamo costretti dalla realtà di un ultramicroscopico essere della natura terrena a riscoprire il valore della comunità, della socialità, dello stare assieme, del cenare insieme, dell’abbraccio e del bacio, della gratuità della condivisione anche fisica. Pur sembrandoci ancora che lo stiamo facendo nel segno del “si salvi chi può”. Siamo chiamati a sganciarci sempre più dalla idea istintiva e primordiale della esclusiva e prioritaria salvezza di noi stessi per realizzare con sempre maggiore consapevolezza la salvezza degli altri.

La mascherina che oggi prudentemente indossiamo è metafora calzante in tal senso: ci sembra di indossarla per proteggere noi stessi, ma in realtà, e ci viene detto in ogni modo, serve in primo luogo per proteggere gli altri, per motivi appartenenti semplicemente al mondo della fisica. Dunque, stiamo scoprendo lentamente, gradualmente, che è solo proteggendo e  curando la sicurezza dell’altro, stando attenti al bene e al benessere dell’altro, che riusciremo con efficacia a curare e proteggere noi stessi. La nostra vita, la nostra salute non è nel chiuso della nostra casa, e lo comprendiamo ora che siamo costretti a ciò. Il nostro bene, il nostro futuro è nella realtà della socialità, della prossimità e della cura fraterna: proteggendo l’altro uomo proteggo me stesso, facendo vivere l’altro faccio vivere me stesso. E’ questo, a mio avviso, il più grande e vero insegnamento che possiamo trarre da tutta questa storia.

Oggi, il creato, la madre terra, ci sta reinsegnando a vivere da uomini veri in compagnia di altri uomini, secondo una rinnovata umanità, anche se ancora non lo capiamo, anche se ancora resistiamo, anche se ancora ci sembra di volerci interessare solo di noi. Stiamo scoprendo, da uomini e donne messi a nudo, in difficoltà e in grave imbarazzo, che da soli non possiamo nulla, che abbiamo bisogno degli altri uomini e delle altre donne i quali, dalla stessa condizione di nudità, di autenticità, non desiderano diversamente da noi.

Rispettiamo la distanza di un metro, ma nel segreto proviamo l’inconfessabile nostalgia del semplice e gentile scusarsi per aver involontariamente sfiorato o toccato un altro davanti alla cassa del panificio. Stiamo ognuno nei pochi metri del proprio balcone, condividendo sguardi semplici e affettuosi con i vicini, fatti di uno strano e bel sentimento nuovo, ricordando con rimpianto quando salivamo tutti insieme in ascensore senza neanche scambiarci un sorriso per imbarazzo, per disagio. Stiamo lontani gli uni dagli altri, ma con la voglia impellente di abbracciarci tutti.

Costretto a vivere come una monade, come un corpo isolato, cresce smisuratamente e ogni giorno di più in me la necessità della comunione: cresce in me un senso nuovo di appartenenza, di comunità, di vita che non può essere vissuta altro che insieme. Lo stesso sentire che mi sembra di avvertire anche nello sguardo timido dell’altro che mi viene incontro ma che poi, all’ultimo momento, cambia strada per sicurezza. E questo aumenta la mia capacità empatica, il mio sentire con tutti questi uomini e donne che, da soli, stanno combattendo una guerra inedita, mai vista. E questo aumenta la mia compassione per l’uomo che scopro essere solo, sempre più solo.

E tutto questo, come sempre, come da una vita ormai, continuo a metterlo nelle mani del Signore, attraverso una preghiera che scopro sempre più essere sostanza fatta di relazione viva con Chi sa ascoltare con pazienza e fedeltà. Una preghiera che vorrebbe anticipare il domani in cui saremo fuori pericolo; una preghiera che aumenta e cresce sempre più in me, con l’unica intenzione presentata al Signore: fa che in tutto questo riusciamo a scovare il senso, fa che sappiamo riconoscere anche in questa tragica realtà del tempo attuale un seme di vita, il seme della fraternità e della felicità condivisa.

Palermo, 18 Marzo 2020, Quaresima

                                                                      Giovanni Farro, Comunità “Kairòs”