All’origine della crisi, la «bancarotta spirituale»

I chiaroscuri di Giuseppe Savagnone

Non è frequente che sui nostri quotidiani “laici” – di qualunque tendenza politica siano – baleni, come un lampo, una pagina che illumina le profondità della crisi che non solo l’Italia, ma l’intero Occidente sta vivendo. L’averla trovata, e dove forse meno me lo sarei aspettato – sulla terza pagina di «Repubblica» del 10 maggio scorso – , mi appare quasi un miracolo e, allo stesso tempo, un segno confortante che le cose essenziali non possono essere mai del tutto cancellate dal chiasso assordante in cui viviamo immersi.

La pagina riportata dal quotidiano è tratta dal libro di un monaco trappista – Thomas Merton – morto nel 1968 a poco più di cinquant’anni, che è stato un punto di riferimento per intere generazioni e che lo stesso giornale presenta come un «grande intellettuale», precisando che le sue riflessioni sembrano non risentire affatto del tempo trascorso: «Era lo scorso secolo. Ma sembra oggi».

In realtà, è lo stesso titolo dato dal curatore di «Repubblica» all’intera pagina ad essere estremamente significativo: «La vera bancarotta è quella spirituale». E l’“occhiello” recita: «Perdere l’anima».

Scrive Merton: «Generazioni su generazioni di uomini hanno a tal punto perduto il senso di una vita interiore, si sono talmente isolati dalle loro profondità spirituali (…), che ora noi siamo quasi incapaci di godere di una qualsivoglia pace, quiete, stabilità interiore. Gli uomini sono arrivati a vivere esclusivamente sulla superficie del loro essere (…). Siamo lasciati in balìa di stimoli esterni e la stimolazione è arrivata addirittura a prendere il posto che, una volta, era occupato dal pensiero, dalla riflessione e dalla conoscenza».

Siamo davanti alla diagnosi più profonda del malessere di cui cogliamo ovunque, intorno a noi e dentro noi stessi, i sintomi inquietanti. È chiaro che essa non pretende di sostituire le analisi particolari dei diversi aspetti della nostra esistenza individuale e collettiva. Ma ne costituisce l’orizzonte unitario.

Lo smarrimento delle nuove generazioni è sotto i nostri occhi. Penso al triste fenomeno dei Neet – i ragazzi che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro – , che in Italia sono il 29,1% dei giovani tra i 18 e i 24 anni; penso ai suicidi, che, tra gli under 25, sono nel nostro Paese la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali; penso ai comportamenti balordi, agli atti di violenza tanto più atroci quanto più gratuiti… «I giovani», scrive Umberto Galimberti nel suo libro L’ospite inquietante, «anche se non ne sono consci, stanno male». Non bisogna lasciarsi ingannare dalla loro chiassosa euforia nelle notti in discoteca, dal vorticoso succedersi delle loro esperienze sessuali, dalla loro corsa dietro le mode: «Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia» (ivi).

Ma non meno confusi e frastornati appaiono gli adulti, sempre più insicuri e incapaci di orientare sul piano educativo le nuove generazioni. Come osserva un altro intellettuale non sospetto di moralismo o di catastrofismo, Massimo Recalcati, oggi «non sono più i figli che domandano di essere riconosciuti dai loro genitori, ma sono i genitori che domandano di essere riconosciuti dai loro figli (…) Per risultare amabili è necessario dire sempre “Sì!”, eliminare il disagio del conflitto, delegare le proprie responsabilità educative». Quanto alla scuola, sono un chiaro segnale di quanto essa sia ormai delegittimata gli atti di violenza che sempre più frequentemente padri e alunni compiono nei confronti degli insegnanti.

Come stupirsi che, sulla scena politica, la povertà di idee, la volgarità, la violenza verbale, abbiano divorato – ormai da anni, ma con un crescendo di cui in queste settimane misuriamo l’intensità – lo spazio del confronto pubblico, trasformando in un gioco di puri rapporti di forza quella che dovrebbe essere la comune ricerca, sia pure da angolazioni diverse, del bene comune?

La critica di Thomas Merton, con la sua bruciante attualità, non risparmia neppure la Chiesa: «Persino la religione è degenerata, in alcuni casi, in un culto fatto di sentimenti e pie emozioni, al limite, in un vago senso di fraternità e gentilezza e generico ottimismo nei confronti del prossimo». Certo, c’è da rallegrarsi che oggi nelle comunità cristiane si parli di più, sotto lo stimolo di papa Francesco, di poveri, di giustizia, di fraternità. Ma se le nostre parrocchie non sono più scuole di vita spirituale, questa apertura, di cui pure si sentiva il bisogno, rischia di scadere in un generico buonismo, perdendo ogni contatto con le sue radici evangeliche.

Sta di fatto che vale anche per la stragrande maggioranza dei credenti – e parlo anche dei cosiddetti “praticanti” – ciò che Merton denuncia con forza: «La bancarotta spirituale dell’uomo non gli ha lasciato nessuna possibilità di rifugiarsi in se stesso, nessuna cittadella interiore in cui potersi ritirare per raccogliere le forze (…). L’ultimo posto al mondo in cui l’uomo moderno cerchi rifugio e consolazione sono le profondità della propria anima (…). Il pensiero di prendere residenza in noi stessi ci alletta quanto quello di vivere in una casa infestata da fantasmi».

Temiamo e fuggiamo la solitudine e il silenzio perché abbiamo paura di ritrovaci di fronte a noi stessi e alle domande di senso che imperiosamente emergono dalle situazioni. Collegati in permanenza con il mondo intero, tramite smartphone, tablet, computer, possiamo illuderci di vivere intensamente fingendo di non percepire il nulla che sta dietro questo frenetico attivismo comunicativo.

Ma non dovrebbe essere lo scopo essenziale della pastorale quello di aiutare le persone a ritrovare se stesse e Dio, anzi, più precisamente, Dio in se stesse? Era la grande lezione di sant’Agostino: «Ritorna in te stesso, è nell’interiorità umana che abita la verità». Non si tratta di rifugiarsi in uno sterile intimismo, ma di ritrovare dentro di sé il significato delle proprie scelte e la motivazione di un impegno responsabile verso gli altri.

Se Merton ha ragione – e ci fa piacere che sia una fonte insospettabile come «Repubblica» a riproporcene il messaggio –, oggi la comunità cristiana, depositaria di una tradizione di spiritualità bimillenaria, ha una enorme potenzialità nei confronti della crisi del nostro tempo. E non solo accogliendo l’invito di Cristo a riconoscerlo nei poveri e negli emarginati, come giustamente sta cercando di fare, ma anche ricostituendo – a livello di gruppi, di movimenti, soprattutto di parrocchie – i percorsi di una formazione spirituale dei propri membri – a cominciare dai giovani – che possa irradiarsi e contribuire a risanare, a livello privato e pubblico, le ferite provocate dalla «bancarotta spirituale» che Merton denunziava.