Arcidiocesi
di PALERMO

Discorso per l’incontro con i rappresentanti delle religioni e delle confessioni cristiane nella festa di Santa Rosalia

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12-07-2018

Corrado Lorefice Arcivescovo di Palermo

 

Care Sorelle, Cari Fratelli,

Ci rivediamo, a un anno di distanza dal nostro ultimo incontro, sentendo profondamente la grande gioia di ritrovarci, di stare assieme, di condividere il nostro cammino. Lo facciamo come sempre in quel clima di rispetto e di accoglienza che segna i nostri rapporti e caratterizza la nostra amicizia. Vi dico perciò di cuore: “Benvenuti!”.

Siamo qui per celebrare un’intesa, per confermare una sintonia, ma non possiamo farlo senza confrontarci con la storia degli uomini e delle donne del nostro tempo.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                L’anno che è trascorso, con i suoi eventi e le sue vicissitudini, ci interpella e richiede da parte nostra una riflessione seria e serena. La rinnovata attenzione e le prese di posizione dei paesi occidentali nei confronti del fenomeno epocale delle migrazioni; la tendenza a costruire muri e barriere di ogni tipo tra i popoli; lo sfruttamento silenzioso e indiscriminato delle immense risorse di un continente come quello africano, mantenuto in condizioni di guerra permanente – le tante guerre evocate in questi giorni da Padre Alex Zanotelli – nella assoluta indifferenza dei mass-media; la paura del diverso che serpeggia nelle nostre società, generata spesso da una comunicazione distorta e volutamente parziale; la grave condizione in cui versa il nostro pianeta, senza che le autorità politiche  – quelli che il vangelo chiamerebbe “i grandi di questo mondo” – riescano a mettere in campo provvedimenti comuni ed efficaci per la salvaguardia del creato; il persistente giogo delle mafie sui nostri territori e sull’Italia tutta; il grande tema del lavoro giovanile e del futuro incerto delle nuove generazioni; il tenore e la qualità del dibattito politico, che porta molti al disinteresse, altri alla delega in bianco al capo carismatico che sotto ogni cielo sembra oggi sostituire la dinamica della democrazia; il persistere nel mondo delle persecuzioni religiose, etniche, culturali, di genere: sono solo alcuni degli eventi che oggi ci chiamano, in quanto rappresentanti di fedi e confessioni religiose, a rispondere, a co-rispondere (a rispondere insieme cioè) all’anelito di pace, di giustizia, di verità, che si leva da questo mondo in attesa (consapevole o inconsapevole) di una nuova aurora, resa visibile dal grido dei poveri e degli oppressi.

Inizio dunque io, da ospite della nostra assise, ad offrire una mia idea, un mio modo di leggere per noi, oggi, il senso di quanto sta accadendo. Dico subito che non ho alcuna intenzione di fare la parte del giudice e del sapiente, come se il ruolo di guida di un popolo di fedeli mi consentisse di parlare della storia attuale da una sorta di cattedra di morale. Non siamo qui – dal mio punto di vista – per ergerci a giudici o per levare lamenti sul destino di un mondo che potrebbe apparirci perduto. Non abbiamo nulla di più e nulla di diverso da tutti gli altri nostri compagni di strada nell’avventura della storia. La religione non è per noi un’arma da sfoderare al fine di poter pronunziare una parola di distaccato giudizio o di condanna, né è nostro compito sostituirci alle autorità politiche e svolgere il ruolo di ‘consiglieri’ e di ‘commensali’ dei potenti. Siamo nel mondo, in questo mondo, come tutti, accanto a tutti. L’ascolto della storia non ci spinge al distacco sdegnoso, ma all’assunzione di responsabilità e al cambiamento. Dobbiamo chiederci insomma che cosa possiamo fare noi nella condizione attuale, a che cosa siamo chiamati, a che cosa sono chiamate oggi le confessioni religiose che rappresentiamo, in nome della loro tradizione, delle loro sacrosante differenze, del dialogo schietto e amicale che desideriamo intrattenere.

Care Sorelle, cari Fratelli, vi confesso che la mia convinzione al riguardo è molto semplice, molto netta: siamo chiamati a spogliarci! Siamo chiamati a svuotarci di noi stessi! Ma che cosa vuol dire? Per me ‘spogliarsi’ significa rinunziare a ogni prerogativa, a ogni pretesa mondana. Significa cambiare il nostro atteggiamento, offrendo ai nostri fratelli, dal profondo della nostra storia, una parola di senso e di speranza dentro la fatica e la disperazione comuni. Significa spogliarci di quel che offusca e divide, per fornire un volto pulito e aperto a chi si aspetta da noi un segno di prossimità e di affetto.

Vedo in questa direzione almeno quattro fronti possibili, a cui ognuno di noi, nel suo specifico, può dare un apporto speciale, con il consenso e la gratitudine di tutti.

Penso in primo luogo all’uomo interiore. Cari amici, troppo spesso e ancor oggi ci troviamo a fare della religione una pratica, una regola, una fonte di identità legata a riti e a gesti codificati. Ci consideriamo donne e uomini religiosi quando obbediamo a dei precetti, quando seguiamo una linea prestabilita, quando ci omologhiamo ad una prassi collettiva. Quante volte noi, da guide e da pastori, abbiamo favorito questo processo! Quante volte, nella storia, l’uomo religioso è stato il prototipo dell’inflessibile ottemperanza, della ripetizione ossessiva! Il nostro tempo ci chiede di rinunziare alle mere forme esteriori, vuotamente rituali, alle manifestazioni pubbliche di consenso, per riportarci al tesoro dell’interiorità. La ripetizione, la risposta superficiale e immediata, la fideistica adesione ai media e alla rete, il dominio dei dati – dei cosiddetti Big Data – che controllano e orientano sentimenti e comportamenti planetari (qualcuno ha giustamente parlato di una nuova religione: il dataismo), minacciano oggi, forse come mai in passato, la libera e consapevole determinazione, la scelta umana autentica, che può nascere solo dal contatto con noi stessi, con la nostra interiorità.

Diamo noi per primi l’esempio, facendo dei nostri credo e delle nostre parole una fonte di riflessione e di silenzio, convertendo il nostro attivismo superficiale in una meditata dimora nel mondo degli uomini, educando personalità libere e capaci di agire proprio perché ‘vaccinate’ dal tumulto della massa, pronte a stare accanto senza perdere la vicinanza a sé stessi. Dove l’esteriorità domina, poniamo noi il segno della spoliazione, della ricomposizione dell’uomo a partire dalle nostre adunanze, dalle nostre assemblee. Quella dell’attenzione e del rispetto dell’interiorità è una costante delle grandi tradizioni che rappresentiamo, ma considero l’apporto speciale che su questo fronte possono offrirci i fratelli delle religioni orientali – penso in particolare alla sapiente tradizione buddhista – così versate sul fronte della meditazione, del silenzio, della consapevolezza che deve accompagnare ogni atto quotidiano, dal camminare al sedersi, dal mangiare al parlare: «Sforzati di penetrare l’interiorità», «Fai tutto con consapevolezza»; «Come il contadino incanala l’acqua, come il fabbro raddrizza le sue frecce, come il falegname lavora il legno, così il saggio lavora sé stesso». «Con la consapevolezza, con la padronanza di sé il saggio si costruisce un’isola che nessun diluvio può sommergere» (Buddha). Sono alcune delle parole che risuonano per noi dal fondo dei millenni, e che accogliamo e consegniamo al nostro tempo.

Le stesse, mi permetto di aggiungere, che ascoltava ed accoglieva cinquant’anni fa Thomas Merton, così vicino ai fratelli buddisti: «Generazioni su generazioni di uomini hanno a tal punto perduto il senso di una vita interiore, si sono talmente isolati dalle loro profondità spirituali (…), che ora noi siamo quasi incapaci di godere di una qualsivoglia pace, quiete, stabilità interiore. Gli uomini sono arrivati a vivere esclusivamente sulla superficie del loro essere (…). Siamo lasciati in balìa di stimoli esterni e la stimolazione è arrivata addirittura a prendere il posto che, una volta, era occupato dal pensiero, dalla riflessione e dalla conoscenza».

In secondo luogo vorrei concentrarmi sulla questione dell’alterità. Il movimento tipico dell’uomo religioso è in verità quello di fondare la propria vita fuori di sé, affidandola ad una alterità, ad un Altro e ad un Oltre, comunque li si voglia concepire. Essi – l’Altro e/o l’Oltre – rompono, costitutivamente, il cosmo chiuso dell’individuo, del soggetto che non ha bisogno di nulla, che guarda al diverso da sé come un concorrente o un nemico. Noi siamo – lo dico qui a tutti i credenti presenti – siamo, profondamente, le donne e gli uomini dell’alterità, perché sull’Altro è fondato il movimento decisivo della nostra esistenza. Ma quanto oblio oggi (e lungo la storia) di questa originaria trans-locazione di noi stessi! Quante volte siamo stati noi per primi, in nome delle nostre religioni, a identificare nell’Altro, manifestatosi a noi nella quotidianità dei giorni, il nemico, la diversità minacciosa da mettere a tacere, da abolire, da distruggere! Quanto siamo stati e siamo infedeli a questa vocazione originaria del nostro essere, quanto l’abbiamo tradita facendoci baluardi di identità e di esclusione! Per questo dobbiamo svuotarci di noi stessi, cambiare strada, spogliarci appunto degli orpelli della diffidenza, del primato, della divisione delle donne e degli uomini sulla base della religione, per tornare, e per offrire, al nostro tempo, il messaggio e il volto di una religione intesa non come legame esclusivo, bensì come affidamento ad un Altro che ci fonda. In un contesto sociale e culturale che pare ritornare indietro, verso una paura angosciosa dell’alterità, che sembra esaltare la chiusura, la fortezza, il respingimento dell’altro che bussa alle nostre porte, noi siamo qui a portare una parola di fiducia e a difendere il diritto dell’Altro. E come non pensare al modo altissimo in cui i fratelli musulmani concepiscono l’alterità di Dio, il senso della sua distanza e del rispetto ad essa dovuto, reso visibile dal corpo periodicamente chinato e rivolto verso un orizzonte che è il corrispettivo del desiderio e dell’uscita da sé! Così il Corano nel cosiddetto versetto del Trono (2,255) afferma: «Dio! Non vi è altro dio che Lui, il Vivente, l’autosufficiente. Non lo prende né sopore né sonno. Possiede tutto ciò che è nei cieli e tutto ciò che è sulla Terra e non si ottiene intercessione presso di Lui se non con il suo consenso. Conosce ciò che sta davanti a voi [uomini] e ciò che sta dietro di voi. E non si coglie della Sua scienza se non ciò che Egli vuole. Si estende il suo Trono sui cieli e sulla terra non si stanca di conservarli. Ed Egli è l’Eccelso, il Possente».

Il terzo ambito che vorrei individuare è quello del rispetto del creato. Penso anzitutto al modo in cui noi cristiani abbiamo contribuito lungo i secoli ad un atteggiamento predatorio, che ha visto la natura in termini di strumento e di esercizio di dominio, come se la parola della creazione tendesse a metterci in mano il creato e non a farcene vigili e delicati custodi. Ora è certamente il tempo di spogliarci di ogni arroganza, di ogni pretesa di antropocentrismo. Il legame indissolubile delle creature, lodato da Francesco nel suo Cantico e ribadito oggi da Papa Francesco, deve essere la nostra stella polare, al di là di indulgenze a politiche di sfruttamento scellerato, che abbiamo causato o alle quali comunque non ci siamo opposti abbastanza. Su questa linea penso alla grande tradizione ebraica del sabbatico, che stendeva un velo di assoluto rispetto sulla terra e sugli animali che non si dovevano scambiare quali oggetti di possesso («La terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e pellegrini», Lv 25, 23), ponendo un argine anche alla schiavitù («Quando tu avrai acquistato uno schiavo ebreo, egli ti servirà per sei anni e nel settimo potrà andarsene libero, senza riscatto», Es 21,2). Da questa prassi dell’Antico Testamento impariamo idealmente e portiamo senza requie la parola della custodia del creato, convertiamo il nostro essere alla ‘lentezza’, alla solidarietà tra le creature, al bene cosmico e alla responsabilità verso le generazioni che verranno.

L’ultima frontiera, delicatissima, su cui vorrei concentrare l’attenzione oggi insieme a voi, è quella del potere. Inutile nasconderci che a questo proposito le nostre responsabilità sono fortissime. Nella storia, le principali tradizioni spirituali hanno conosciuto a vario titolo la contiguità con i potenti, l’assenso all’uso della religione come strumento della politica – come instrumentum regni -, la condivisione di scelte e di linee politiche assolutamente contrarie allo spirito profondo delle nostre religioni. A volte si è trattato – almeno nel caso dei cristiani – di una condiscendenza alla riduzione dell’evento della fede a ‘religione civile’, a puro fatto identitario, lontano dal senso ultimo dell’incarnazione che accoglie ogni cultura senza identificarvisi, senza schiacciarsi su di essa.

Insomma, il connubio millenario tra religioni e potere ci interpella. Oggi più che mai – ve lo dico con umile forza – siamo chiamati, in nome dell’amore a questo mondo, a questa terra, a spogliarci del fardello del potere, a svuotarci di ogni pretesa e di ogni primato, a mettere da parte qualunque forma di compromissione, per mostrare agli uomini un volto di libertà. In un momento così grave, di crisi epocale, di cambiamento radicale, la nostra parola deve levarsi in difesa del povero e dell’oppresso, in nome di un diritto che precede ogni altro, e che è il diritto di ogni uomo ad essere libero, uguale, felice, ad essere uomo senza aggettivi, senza precisazioni. Vessazioni, muri, respingimenti, leggi liberticide, sfruttamento degli ultimi e dei senza voce devono trovare in noi l’unico vero muro di cui la storia ha oggi bisogno: il muro levato ad interrompere il viaggio dell’ingiustizia, dell’egoismo, del cinismo del potere che distrugge e annienta per conservarsi, per autorigenerarsi.

Scelgo per questo la parola della tradizione cristiana che mi riguarda direttamente. Ho richiamato la grande tradizione delle religioni orientali e del buddismo, con la loro attenzione all’interiorità; il primato di Dio in quanto Altro, proprio dell’eredità dei fratelli musulmani; la prassi del sabbatico, che ci giunge dalla grande tradizione ebraica. Qui, parlando del potere, penso a Gesù di Nazareth: «Date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio» (Mt 22, 21).  Che cosa vuol dire? Significa che non siamo chiamati e autorizzati a demonizzare nessuno. La nostra lotta non è quella di una parte politica o di un gruppo alternativo di potere. Semplicemente, accanto alla logica dei potenti di questo mondo Gesù invita i cristiani, se vogliono essere tali, a porre Dio. A porre cioè, sin da ora, nella nostra storia, partecipando ai gemiti della creazione, i segni del Regno in cui ogni lacrima verrà asciugata, ogni ingiustizia riparata, ogni grido ascoltato, e i popoli si raduneranno sul monte del tempio del Signore, e Dio sarà tutto in tutti.

Su questa via, care sorelle e cari fratelli, rafforziamoci, riconosciamoci e camminiamo insieme. Come aveva inteso qualche anno fa un grande filosofo tedesco, Hans Georg Gadamer, il padre dell’ermeneutica contemporanea, il nostro dialogo, il dialogo tra le religioni, ovvero il nostro camminare assieme, nella condivisione e nel rispetto, è oggi una necessità ineludibile, «l’ultimo Dio» aveva detto Gadamer, in grado di salvare il mondo. È la nostra responsabilità ma anche, oggi, la nostra speranza. Un grande abbraccio a tutti voi e ancora benvenuti!